L’Eterno Presente e l’Emblema Fulgurale della Potenza

SINOPSI
Il presente è la fessura attraverso la quale balena l’eterno, squarciando il tempo. L’attimo presente e l’eterno sono una stessa cosa. La realizzazione di ciò produce una trasfigurazione e una rottura di livello, traendo l’uomo dalla realtà illusoria condizionata dal tempo e ponendolo essenzialmente su di un piano atemporale, come se da un qualsiasi punto mobile di una circonferenza in rotazione ne venisse posto al centro, cioè sul fulcro grazie al quale e attorno al quale la rotazione avviene, ma che è in sé saldo e immobile.

L’immagine che si associa a questa realizzazione è quella di un fulmine distruttore, simbolo dell’istantaneità e della potenza. Il potere di questa realizzazione è duplice, in quanto se da un lato transumana, dall’altro distrugge ciò che non può esserlo. Per questo motivo le immagini che simboleggiano questo potere sono a doppio taglio, nominalmente la scure bipenne o, in una fase di sviluppo successiva, la spada bilama e, per certi versi, la freccia. Questo potere è verità, e la verità è un’arma a doppio taglio. Ad esse si accompagna l’idea di solidità, di durezza e di stabilità centrale.

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Il  presente è la fessura attraverso la quale balena l’eterno, squarciando il tempo. Due tradizioni offrono un significativo parallelo quanto all’immagine utilizzata per simboleggiare questa concezione. Da un lato, in quella indù, vi è il dio Shiva che con il suo occhio centrale ha il potere di incenerire e distruggere tutto ciò su cui si posa. Quest’occhio è invisibile poiché non corrisponde ad alcun organo fisico, quanto più ad una facoltà, un potere: il « senso dell’eternità ». Dall’altro lato vi è il Giano Bifronte della tradizione romana, costituito da due volti, uno di giovane, l’altro di vegliardo, che guardano in direzioni diametralmente opposte. Per quanto incompleto, non è errato ritenere che l’uno rappresenti il passato e l’altro il futuro,  facendo di Giano sostanzialmente un simbolo del tempo, ma appunto da questa prospettiva se ne apre una più interessante: così come l’occhio centrale del dio Shiva è invisibile, anche il volto centrale di Giano lo è. Questa invisibilità allude alla fuggevolezza e all’istantaneità del momento presente che, nel dominio del tempo, non è né il passato che non è più, né il futuro che non è ancora. La realizzazione dell’attimo presente, del « senso dell’eternità », distrugge il tempo e incenerisce la manifestazione della realtà che ne va soggetta, proprio come il terzo occhio del dio Shiva. Da quanto detto finora, emerge l’importanza di un’idea di centralità che verrà affrontata più avanti.

L’attimo presente e l’eterno sono una stessa cosa. La realizzazione di ciò produce una trasfigurazione e una rottura di livello… Ecco stabilito il nesso equivalizzante fra l’attimo e l’eterno. L’istantanea, fulminea realizzazione del significato e la trasfigurazione essenziale che ne consegue estraggono l’uomo — metaforicamente, ma nella purezza etimologica del termine come ex- “fuori”, -trahere “trarre” — dalla sua condizione passiva e riflessa, traendolo ad un piano superiore nel quale avviene la reintegrazione nella sua natura divina originaria. È quanto il mito greco racconta con l’apoteosi di Eracle, eroe eccelso. Secondo la versione di Ovidio (Metamorfosi IX), Eracle è ai piedi del monte Eta ad officiare riti sacrificali. Indossata la tunica avvelenata da Deianira, è preso dagli spasimi di dolore che lo consumano come un fuoco e, in preda al dolore, infuriato « come un toro che porti confitta nel corpo una picca, mentre chi l’ha colpito è corso ai ripari », corre come un folle tra le cime della montagna cercando di placare il suo tormento. Risoluto, Eracle abbatte degli alberi dalla cima del monte e ne fa una pira funebre, coprendone la sommità con la pelle del leone nemeo, sulla quale, testa inghirlandata, si sdraia e dispone al figlio di Peante di darvi fuoco. Zeus dalle eccelse vette dell’Olimpo lo trae a sé in una nuvola tra il fumo della pira e i fulmini.

… traendo l’uomo dalla realtà illusoria condizionata dal tempo e ponendolo essenzialmente su di un piano atemporale. Gli antichi sostenevano che la realtà in cui viviamo sia come il riflesso della realtà vera. Come se a dividerci ci fosse uno specchio, grazie al quale l’immagine riflessa risulti rovesciata rispetto all’originale. Viene per tanto a stabilirsi un rapporto di analogia inversa tra la realtà autentica e quella fittizia. Plotino, per lo stesso fine, usava l’immagine di un’impronta impressa sulla cera, mentre Anassagora affermava che « le cose che si vedono sono l’aspetto visibile di quelle che non si vedono ». Gli Elleni, con la favola di Narciso e con quella di Perseo che decapita Medusa, pare abbiano voluto alludere alla natura illusoria, ingannatrice, quasi pericolosa della realtà riflessa — ma non per questo meno reale per chi vi si trovi immerso — in contrasto a quella chiara, limpida, adamantina e verace di quella autentica. Per chiarire: il mito di Narciso che muore cadendo nello stagno ammaliato dal suo riflesso rappresenterebbe questa realtà vera che si identifica nell’illusione creata dal suo riflesso, e per tale identificazione in una realtà fittizia, morirebbe. Sotto una certa luce possiamo considerare complementare a questo racconto quello che Apollodoro (Biblioteca II 4) fa dell’eroe Perseo, il quale « si avvicinò alle Gorgoni addormentate e, tenendo la testa girata e lo sguardo rivolto a uno scudo di bronzo in cui vedeva l’immagine riflessa della Medusa, le tagliò la testa ». Lo sguardo di Medusa trasforma tutto in pietra, ossia condensa, rapprende, paralizza, uccide la realtà autentica facendola precipitare all’interno della materia e delle forme della natura così come lo sguardo dell’uomo non reintegrato può vedere soltanto questi precipitati di una realtà superiore impetrati ed imprigionati in una inferiore. Perseo sarebbe l’uomo reintegrato nella sua condizione metafisica superiore, ancoratosi alla quale può e vuole non far coincidere il suo punto di vista — evitando d’incrociare lo sguardo con la Medusa — con quello dell’uomo comune, trascendendolo.  Un’ulteriore considerazione su quest’aspetto dell’argomento, qui limitata ad un semplice accenno, può esser fatta parlando dell’istituzione sacra delle sei vestali a Roma. Il fuoco che queste sacerdotesse custodiscono, e di cui hanno cura affinché rimanga sempre acceso, è il simbolo dell’eterna tradizione di cui il cuore segreto di Roma è il depositario. Questo fuoco permette all’uomo la sua transumanazione e la sua reintegrazione nella natura divina. Se esso si spegnesse, ossia se il legame sacro tra il visibile e l’invisibile fosse spezzato, il mondo svanirebbe, proprio come il riflesso scompare quando non c’è più l’essere reale da cui emana.

L’immagine che si associa a questa realizzazione è quella di un fulmine distruttore, simbolo dell’istantaneità e della potenza. Un esempio molto vicino a noi lo deduciamo da un particolare episodio del viaggio iniziatico di Dante Alighieri, precisamente nel Canto IV dell’Inferno, in cui il Sommo Poeta viene colpito da un fulmine: « Ruppemi l’alto sonno ne la testa / un greve truono, sì ch’io mi riscossi / come persona ch’è per forza desta… »,  per poi risvegliarsi sull’altra riva del fiume Acheronte: « Vero è che ‘n su la proda mi trovai / de la valle d’abisso dolorosa, / che truono accoglie d’infiniti guai. ». In questo modo supera l’ostacolo imposto dal divieto di Caronte di non traghettare mai anima viva sulla sua barca ossia, parafrasando, che a Dante è concesso di oltrepassare le soglie del sonno e della morte nonostante sia ancora nel mezzo del cammin di sua vita, a riprova del carattere iniziatico del suo viaggio guidato dal Vate, Virgilio. Senza allontanarci troppo da casa, anzi, rimanendo tranquillamente il suol patrio, incontriamo le così dette lamine orfiche rinvenute in Magna Grecia, il cui contenuto è di inequivocabile carattere ritualistico. L’ « anima » qui si presenta oltre le soglie dell’ « al di là » dopo essere stata colpita da un fulmine: « ma mi sconfisse la Moira e gli altri dèi immortali, e il fulmine, che sfavilla dagli astri (άστεροβλήτα κεραυνόν) », e: « la Moira mi ha sconfitto con sfavillante fulmine (στεροπήτι κεραυνωι) ».

Il potere di questa realizzazione è duplice, in quanto se da un lato transumana, dall’altro distrugge ciò che non può esserlo. Questa potenza ha dimostrato il suo aspetto trasfigurante negli esempi portati finora; i seguenti invece evidenzieranno quello distruttore. La discriminante non è la natura della potenza stessa, quanto quella del soggetto che ne viene investito: a ciò probabilmente vogliono riferirsi i racconti mitologici di mostri uccisi da dèi e altre creature divine grazie a delle armi del tutto speciali, come ad esempio la guerra di Zeus contro Giganti e Titani, i quali vengono annientati dalle saette e dalle folgori del sommo « adunatore di nembi », o come il dio Thor, che combatte gli jotunn, i giganti delle saghe germaniche, colpendoli con il mjöllnir, il martello di pietra dal quale sprigionano tuoni e fulmini, o ancora da un loro terzo equivalente della saga indù, Parashu-Rama, il quale fa strage di mostri e giganti con la sua ascia di pietra, simbolo della folgore. In ognuno di questi casi si ha quella che si potrebbe chiamare la fonte di questo potere, il potere stesso, e un essere che, per sua natura, non è adatto a sopportarne la forza, venendone pertanto travolto e distrutto. Perciò non sarebbe errato considerare questo potere un’arma a doppio taglio, in particolar modo associata all’idea, oltre che di centralità come esposta al’inizio, a quella di verità.

Per questo motivo le immagini che simboleggiano questo potere sono a doppio taglio, nominalmente la scure bipenne o, in una fase di sviluppo successiva, la spada bilama e, per certi versi, la freccia. Questo potere è verità, e la verità è un’arma a doppio taglio. Quelle che gli archeologi comunemente chiamano asce votive, intuendo giustamente la loro destinazione d’uso rituale, sono quelle asce preistoriche di silice che compaiono, anche in forma di incisioni rupestri, nei luoghi e negli spazi delle civiltà arie. L’ascia è associata al fulmine poiché anch’essa squarcia, fende. È anche simbolo di verità, verità che squarcia le tenebre dell’ignoranza. Ignoranza che è oscurità, luce che è verità. Verità, che può trasfigurare o distruggere, come s’è detto. Da ciò, il carattere eminentemente spirituale, autoritario, sacrale che tali simboli di potere incorporano ed emanano. Essi sono in genere costituiti da materiali durissimi come pietre o metalli, affinché in essi sia evidente l’aspetto eterno, immutabile, saldo, della loro natura. Quando non custoditi in templi, tali emblemi venivano portati processionalmente nelle cerimonie per essere mostrati come vessilli di autorità spirituale tradizionale, ed i loro portatori avevano il compito di farli rispettare. Caso nostrano è dunque quello del fascio littorio composto da dodici verghe al cui centro vi è la scure bipenne: oltre alle consuete implicazioni del numero 12, questo era anche il numero di avvoltoi avvistati da Romolo dal Palatino, presagio col quale gli dèi lo investirono del mandato divino di fondatore dell’Urbe. Questo simbolo della tradizione romana si affianca a quello del Giano Bifronte, sia per la simmetria — doppio taglio, doppia faccia — sia per il numero stesso di verghe corrispondente ai dodici mesi dell’anno, cioè del ciclo cosmico di cui questa divinità era appunto lo ianitor. Il punto in cui risiede il mistero della trasfigurazione, il punto inesteso e aspaziale, è quello di contatto tra i vertici dei due triangoli,  ᛞ. Questo simbolo del futhark, la runa dagaz, viene interpretato come « giorno », ricollegandosi all’idea di luce che squarcia le tenebre di cui s’è detto sopra. Non priva di omogeneità con il tutto può essere la constatazione che la runa sol, ᛋ — associata al Sole, quindi nuovamente all’idea di luce –, così come attestata nella sua raffigurazione più antica, rappresenti il tracciato stesso della folgore: il primo tratto è l’iniziale discesa dal cielo sulla terra, poi la risalita dalla terra al cielo che è il punto in cui avviene la transumanazione fulgùrea, per terminare col terzo tratto rappresentante il ritorno sulla terra dell’uomo reintegrato delle sue virtù divine e svincolato dal dominio del tempo e del divenire, avendo stabilito un ponte con la realtà metafisica, atemporale: tale è il pontifex, il « facitore di ponti » della tradizione romana arcaica. Rimanendo in ambito di autorità spirituale tradizionale, il simbolo di quella lamaica è uno scettro che rappresenta il dorje (vajra, in sanscrito). Nel buddhismo tibetano, i significati che si associano questa parola sono « diamante » e « folgore » e, come detto in due testi, l’anguttara-nikayo e il majjhima-nikayo, l’animo di chi, ancora vivo, ha distrutto la manìa ed ha conseguito la liberazione, è anche paragonato al diamante, alludendo alla natura di chi abbia conseguito questa liberazione assoluta (sambodhi) tramite il « sapere che libera ». L’essenza di questa illuminazione e la natura di chi la ha conseguita vengono descritte in questi due termini, diamante e folgore, indicandone appunto le qualità atemporali, fulminee, istantanee. La forma di questo scettro è stilizzabile con un asse centrale incrociato da due saette tra loro disposte a ><, emblema che è possibile riscontrare sia in pugno a Zeus che tra gli artigli dell’aquila raffigurata nelle insegne legionarie romane. Un tale simbolo figura come arma sacra impugnata da Indra nell’atto di uccidere il drago Vritra, episodio che trova il suo equivalente in Thor che uccide il Miðgarðsormr, il serpente delle acque della saga nordica, la quale, con alcune sviluppi collaterali, richiama quella di Sigfrido che uccide con la spada il drago Fáfnir. Una tematica identica è presente nelle leggende elleniche come il racconto di Apollo, il dio della luce, che con una freccia scoccata dal suo arco trafigge il serpente Pitone, uccidendolo. Ed è con questi ultimi due episodi che si è messo in evidenza l’aspetto sotto il quale la spada a doppio taglio e la freccia trovino una collocazione in questo ordine di idee.

Ad esse si accompagna l’idea di solidità, di durezza e di stabilità centrale. Cercando di descrivere l’essenza degli emblemi tradizionali della potenza e dell’autorità, si è dapprima messa in luce una caratterizzante idea di centralità. Detta centralità è simmetria e, a fortiori, causa di stabilità nel suo punto più intimo, la quale, a sua volta, allude ad una maiestas, ad una superiore dignità, quella propria del primo motore immobile aristotelico. Un’immobilità che non è morte, ma quiete superiore assoluta, assenza totale di agitazione e passione. Da tale quiete imperturbabile promana un Ordine, immanente nel segno dell’essere, trascendente in quello del divenire, di cui parola è la Legge, di cui colonna è la Giustizia. Si è poi visto che ad essi sono proprie connotazioni di luce (Sole, giorno), istantaneità (balenìo del fulmine) e potenza (diamante-folgore). Le forme particolari in cui s’esprime quest’idea universale furono appannaggio dei rappresentanti regali della Tradizione. L’ordine che essi incarnano può intendersi anche come cosmo, nel senso di bellezza e armonia dovuta alla proporzione e alla misura, ma, in primis et ante omnia, il senso è quello di sostegno, fondamento, colonna portante. Il compito del Rex, quello dal quale deriva la sua auctoritas, è quello appunto di regere, ossia di sorreggere, il mondo, cioè il suo regno.

 

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La Via degli Uomini e la Via degli Dèi

Curiosi, e celanti un profondo significato, sono i versi con cui il poeta Omero dipinge l’antro di Itaca, che si dice abitato da Ninfe:

«In capo al porto un ulivo dalla lunga chioma,
vicino a lui l’antro amabile, tenebroso,
sacro alle Ninfe che Naiadi si chiamano.
Dentro [vi] sono crateri ed anfore
di pietra, dove le api serbano il miele.
Lì alti telai di pietra, sui quali le Ninfe
tessono stoffe color porpora, meravigliose a vedersi;
lì ancora acque che sempre scorrono. Due sono le porte,
l’una che scende verso Borea è per gli uomini,
l’altra verso Noto, è per gli dèi; per di là non
entrano gli uomini, ché è la via degli immortali.»

Odissea, XIII, 102-112

Questi furono già oggetto di un più ampio studio da parte del neoplatonico Porfirio (III sec. d.C.), autore del De Antro Nympharum, col quale intese esprimersi circa le sue vedute sulla simbologia e sul significato di detti versi. Ora, che importa sono, nello specifico, quelli che si riferiscono alle due porte: quella verso Borea per gli uomini, e quella verso Noto per gli dèi. Vi è da portare l’attenzione su di una corrispondente visione in ambito sapienziale indù, dove la via dei padri, pitr-yâna, si oppone diametralmente a quella degli dèi, deva-yâna.

Dove ci conduce questo parallelo?

La via che, per direttissima, ci porta alla risposta, conclude nel constatare che, in àmbito tradizionale, nelle più grandi civiltà del passato si distingueva una immortalità, per così dire, «orizzontale», da una «verticale». Esse si presentano come due modi antitetici di intendere l’immortalità: la prima può esser concepita come un protrarsi nel tempo di un determinato sangue, il quale va ad ogni costo mantenuto in linea di purezza, esente da contaminazioni estranee; tale linea di sangue è comune ad una famiglia, nella quale gli avi tramandano sé stessi e le loro caratteristiche – fisiche quanto spirituali – alle future discendenze. Per tanto, una linea di sangue, un insieme di individui costituenti una famiglia, sarà immortale fintantoché tale sangue si rigeneri con le generazioni future, garantendo la possibilità agli antenati di nascere nuovamente all’interno della stessa famiglia. Per questo fu così importante, all’interno soprattutto delle più note famiglie imperiali e regali, e in secondo luogo anche di quelle aristocratiche e nobili più in genere, preoccuparsi di mantenere intatta, pura e senza soluzione di continuità la propria linea di sangue, eventualmente combinando matrimoni con famiglie di altrettanta levatura. Svincolata da sangue, tempo e materia umana è la seconda definizione di immortalità: qui il nome del gioco è svincolarsi dalla necessità (dal Κύκλος άνάγκης) ed uscire dal ciclo delle generazioni (Κύκλος τής γενέσεως), tramite un moto verticale dell’essere, il quale va a collocarsi al di sopra del mero fluire delle esistenze, delle nascite e delle morti. Eràclito ebbe a dire, che non ci si bagna due volte nello stesso fiume, evidenziando il carattere fluente come acqua che caratterizza l’incessante e quasi febbrile susseguirsi delle vite.

Di passata, si noti che al pitr-yâna è attribuita una direzione meridionale: è il Sentiero che conduce a Sud; di contro, il deva-yâna è chiamato anche uttarâyâna, letteralmente il Sentiero del Nord. Tale denominazione potrebbe indicare l’origine artica-polare della Sanatana-Dharma, la legge primordiale indù.

Anche questo sia tenuto in considerazione, che gli Antichi solevano distinguere il Divenire dall’Essere. Ogni definizione è superflua: nulla può essere reso in termini più elementari, ma si possono portare ulteriori esempi per conferire profondità a questo concetto cardine. Per esempio, gli elementi mitologici che fanno riferimento a quest’àmbito, vale a dire, alle due possibilità che si potrebbero presentare all’individuo a seguito della morte del corpo fisico, le quali a loro volta danno luogo a scenari diversi. Rimanendo in àmbito ellenico, apprendiamo che la maggior parte degli uomini, dopo la loro morte, incorre in una esistenza grigia, nebulosa, inconsistente: è la permanenza nell’Ade, regno infero delle ombre. Le molteplici descrizioni di questo ambiente sono giunte sino a noi anche in forma poetica grazie anche ad Omero, e per tanto si rimanda a quelle contenute nell’Iliade e nell’Odissea. Di contro, prendendo ad esempio il famoso Èracle, abbiamo un assurgere, tramite apoteòsi, o, come dicevano i Latini, tramite una mors triumphalis, ad una essenza suprema, divina ed olimpica. La leggenda di questo eroe ci racconta del suo elevarsi allo stato di divinità (che è letteralmente ciò che ‘apoteòsi’ significa), prendendo parte tra gli dèi nell’Olimpo, sede luminosa, elevata ed eccelsa idealmente localizzata oltre le cime dell’omonimo monte. Non dissimile è la visione nordica, la quale allo stesso modo oppone l’esistenza nel Niflheim, la «Terra delle Nebbie», a quella nel Valhalla, «la Sala degli Eroi», o anche in Ásgarðr, la «Terra degli Dèi», volendo fare un riferimento ad una realtà, metafisicamente parlando, più elevata, anch’essa legata al simbolismo delle vette montane. Di nuovo, abbiamo un’esistenza cupa, incerta, circondata da fitta nebbia, in opposizione ad un’esistenza eminentemente superiore, solare, celeste, in virtù della quale chi vi perviene non più si immergerà nel fiume eraclitèo del πάντα ῥεῖ, non più corromperà la propria essenza adamantina, quella scintilla del fuoco urànico primordiale, immischiandosi alla materia umana e legandosi nuovamente al fluire del Tempo. Chi arriva a tanto è uno «svincolato», uno «svegliato», intoccabile e indomabile dal giogo della Necessità e del Tempo: siamo nel regno del più puro Essere, ci siamo lasciati di sotto quello del Divenire. Siamo in piedi sulla cima del monte più alto: niente sopra di noi; sotto, lo scorrere mutevole e sinuoso delle nuvole.

L’Uomo sta all’Essere come la Donna sta al Divenire. Partiamo da questo assunto, valido per ogni civiltà tradizionalmente intesa, per introdurre una prospettiva utile al fine di inquadrare in termini superiori la natura stessa di una tale civiltà.

Una civiltà si distingue da un’altra sul piano materiale e su quello spirituale: organizzazioni politiche e sociali fanno parte del primo, culti ed espressioni religiose del secondo. Esse a loro volta sono intima espressione degli individui che la costituiscono, riflesso della loro natura intrinseca. Tuttavia, questa natura n o n  è  d i p e n d e n t e dall’individuo, sarebbe a dire che non è lui a «volerla» o a «determinarla», bensì un principio di ordine superiore che in costui p r e n d e  f o r m a. Per tanto, valendo quanto esposto finora, avremo delle civiltà e s p r e s s i o n e del principio dell’Essere e altre del principio del Divenire, rifacendoci ai due massimi termini. La costituzione organizzativo-politica delle prime è rappresentata dall’aristocrazia, dove i duci del governo sono gli ‘uomini migliori’, i quali informano su di un impianto virile (dal latino vir = uomo, in senso eminente) le forme e le strutture della società. Per quanto riguarda l’aspetto spirituale, – del quale religioni, filosofie, ètiche e morali non sono altro che derivazioni secondarie – la sua essenza è urànica (da Οὐρανός, il dio greco del ‘Cielo Stellato’, l’equivalente, in simbolo ed in etimo, al Várua indù) e solare. Nelle seconde, il governo è la ginecocrazia, dove è il ‘potere della donna’ che inquadra i termini dell’apparato sociale. La sua essenza spirituale è ctònica, da χθών ossia ‘terra’, in accordo con la natura recettiva della terra, per l’appunto. In opposto a quella solare, essa è lunare e notturna. Qui i due astri si prestano a simbolo: la spiritualità dell’Essere è centrale e sufficiente a sé stessa, chiara e salda, come il Sole è centro e luce del sistema a cui dà il nome; quella lunare è mutevole, chiara sì ma risplendente di una luce n o n  p r o p r i a, ed anche oscura, quando non illuminata dal Sole. Questo è anche uno dei motivi per cui gli Antichi definivano mondo sub-lunare il regno del Divenire, e mondo celeste o solare quello dell’Essere.

Un ultimo aspetto che qui merita la nostra considerazione, è relativo alle cerimonie funebri proprie dei tipi di società a cui si è sopra brevemente accennato. Il rito dell’inumazione avrebbe avuto vasta diffusione ed importanza in quelle società convenzionalmente definite ginecocràtiche. Ciò, perché l’approccio alla morte avviene da una prospettiva passivo-femminile: il grembo della donna, assimilandosi a quello eternamente fruttifero della terra, riaccoglie al suo interno le vite ormai esauste, riassorbendole internamente e facendo sì che lentamente gli ultimi resti umani si consumino e ritornino nel luogo in cui l’individuo si sentiva intimamente provenire: dall’umida terra. Viceversa, la prospettiva virile delle società aristocratiche intende, mediante il rito dell’arsione, disfarsi nella più nobile delle maniere del proprio ormai inutile gravame terrestre, comburendo in quel riflesso del fuoco urànico primordiale per farvi infine rapido ritorno, sulla scia delle fiamme che alte e maestose, dalla pira funeraria, si innalzano verso il cielo.

Le Quattro Età

Uno dei punti in comune più importanti delle tradizioni è quello relativo alla dottrina delle quattro età. Essa concepisce il passato dell’uomo come un’epoca aurea, lo stato più elevato e più puro dell’Essere Assoluto, in cui la natura umana e quella divina erano tutt’uno. Oltre ciò, diversi aspetti ne caratterizzavano l’essenza, così come Ovidio ce ne tramanda il ricordo:

Per prima fiorì l’età dell’oro, che senza giustizieri
o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine.
Non v’era timore di pene, né incise nel bronzo
si leggevano minacce, o in ginocchio la gente temeva
i verdetti di un giudice, sicura e libera com’era.
Reciso dai suoi monti, nell’onda limpida il pino
ancora non s’era immerso per scoprire terre straniere
e i mortali non conoscevano lidi se non i propri.
Ancora non cingevano le città fossati scoscesi,
non v’erano trombe dritte, corni curvi di bronzo,
né elmi o spade: senza bisogno di eserciti,
la gente viveva tranquilla in braccio all’ozio.
Libera, non toccata dal rastrello, non solcata
dall’aratro, la terra produceva ogni cosa da sé
e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,
raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,
corniole, more nascoste tra le spine dei rovi
e ghiande cadute dall’albero arioso di Giove.
Era primavera eterna: con soffi tiepidi gli Zefiri
accarezzavano tranquilli i fiori nati senza seme,
e subito la terra non arata produceva frutti,
i campi inesausti biondeggiavano di spighe mature;
e fiumi di latte, fiumi di nettare scorrevano,
mentre dai lecci verdi stillava il miele dorato.

La Legge era connaturata alla vita dell’uomo, animato e sostenuto da un intimo codice d’eminente dignità e giustizia profonda, tale da non necessitare un’espressione scritta, né di ministri che ne salvaguardassero il retto funzionamento, né di esecutori che impartissero punizioni a fronte d’una sua trasgressione.
È la saggezza scandinava che ci tramanda un ulteriore ricordo di quest’epoca incorrotta. Nella 7° e 8° stanza della Völuspá si legge quanto segue:

Convennero gli Æsir
in Iðavǫllr,
loro che altari e templi
alti innalzarono;
focolari accesero,
crearono ricchezze,
tenaglie fabbricarono,
ingegnarono utensili.
Nel cortile giocavano a scacchi;
erano ricchi:
non sentivano affatto
mancanza d’oro.
[…]

Questi due esempi tratti dal mondo latino e da quello scandinavo bastino a darci un’idea sommaria ma precisa del Satya Yuga. Tale è difatti il nome che gli Indù attribuiscono all’Età dell’Oro. La denominazione di queste epoche può essere esposta di pari passo con la concezione che ne ha Esiodo e quella della tradizione indù: ad ogni èra si fa corrispondere un metallo la cui natura è più o meno nobile, proprio in relazione a ciò che caratterizza la natura delle varie ère. Partendo appunto dall’Età dell’Oro, o Satya Yuga (o anche Krita Yuga), si discende verso un’Età dell’Argento, o Treta Yuga, per poi arrivare all’Età del Bronzo, Dvapara Yuga, concludendo il percorso all’Età del Ferro, o Kali Yuga che, stando a questi insegnamenti tradizionali, sarebbe l’epoca in cui stiamo attualmente vivendo, possibilmente da alcuni millenni.

L’abbinamento coi metalli di per sé è sufficientemente esplicito, specie nella misura in cui si inquadri nella giusta ottica la visione anti-evoluzionistica propria di questi insegnamenti, i quali, se vedono proprio in quella definita come Età dell’Oro il momento più elevato, dignitoso e nobile sotto ogni punto di vista che l’uomo abbia mai raggiunto, con il progressivo adombramento di questa natura eletta e solare, pura e incorrotta, si avrebbe una discesa, una degenerazione, un progressivo declino proprio di queste virtuose qualità.

E dopo il Kali Yuga, che dovremmo aspettarci, la fine del mondo?

La risposta giace sempre tra le fonti di cui ci siamo avvalsi finora. Gli ultimi tempi dell’Età del Lupo – ci spostiamo nuovamente in Scandinavia – sarebbero caratterizzati da profondo tumulto, violenti sconvolgimenti e rivoluzioni. Sono sempre della Völuspá le seguenti parole:

45.
I fratelli si aggrediranno
e alla morte giungeranno,
tradiranno i cugini
i vincoli di stirpe,
prova dura per gli uomini,
immane l’adulterio.
Tempo di asce, tempo di spade
s’infrangeranno scudi,
tempo di venti, tempo di lupi,
prima che il mondo crolli.
Neppure un uomo
un altro ne risparmierà.

È interessante notare come questa stanza richiami da lontano ciò che Esiodo scrive ne Le Opere e i Giorni, vv. 182-184:

Né stretti i figli col padre, né il padre coi figli sarà: l’ospite all’ospite avverso, l’amico all’amico; né, come un giorno, amici saranno fra loro i fratelli.

Ritornando al Nord, le seguenti stanze del medesimo poema si presentano come preludio ad un evento catastrofico: il Ragnarök. Termine da analizzare in quanto non compare solo in questa forma, che, scomposta in ragna-, gen. pl. di regin, “poteri regnanti”, “dèi”, e –rök, “fato”, “destino”, si potrebbe rendere come “il destino degli dèi”. L’altra forma è Ragnarøkkr, di cui –røkkr sta per “tramonto”, “oscuramento”, rendendo il termine nella ben nota accezione di “tramonto degli dèi”. È nella 44° stanza che la profetessa sembra parlarci quasi in prima persona:

Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.

Inoltre:

40.
[…]
Verrà fra tutti loro
l’unico e solo
divoratore della luna
in aspetto di troll.

41.
[…]
Si oscura la luce del Sole
nelle estati venture:
il tempo minaccia.

52.
[…]
Il cielo si schianta.

Questi riferimenti al cielo, al Sole ed alla Luna non sono privi di fondamento in quanto il cielo soprattutto è da tutte le tradizioni visto come la sede di questi dèi, e Sole e Luna, oltreché ad altri pianeti, ne rappresenterebbero ulteriori aspetti. Il collegamento tra il crollo del cielo e il fato degli dèi si completa quasi da sé. Specialmente in riferimento al Sole, al quale ci si riferisce come ad una natura femminile nella società scandinava dell’epoca, è significativa la 47° stanza del Vafþrúðnismál, in cui si dice che:

Una sola figlia
genera Álfröðull,
prima che Fenrir la divori.
Cavalcherà
quando i potenti morranno,
i sentieri della madre, la fanciulla.

Il Sole verrà ingoiato dal lupo Fenrir, ma poco prima ne nascerà un altro che seguirà il medesimo corso (dalla prospettiva terrestre) del precedente: la fanciulla che cavalcherà i sentieri della madre, appunto. Considerante, in queste ultime stanze, il riferimento al Ragnarøkkr come oscuramento del divino in relazione all’attenuarsi, all’oscurarsi ed infine al perire della natura spirituale eminentemente solare ed uranica che caratterizzava l’età della verità, l’Età dell’Oro.

La Völuspá si conclude con la distruzione dei vecchi poteri, ossia i vecchi dèi, i quali saranno vendicati da una nuova razza divina, i loro figli, coloro che costituiranno le fondamenta di una nuova umanità, ritornata dopo questa battaglia finale degna di un poema epico ad una nuova Età dell’Oro. È infatti in Iðavöllr, la verde piana in cui si raduneranno al termine dello scontro, che ritroveranno le “gullnar töflur“, ossia le tavolette dorate con le quali i loro padri giocavano a scacchi nella precedente epoca aurea, e le “Fimbultýs fornar rúnar“, le antiche rune del Grande Týr (il supremo dio celeste della legge primordiale), proprio a sottolineare che nella nuova Età dell’Oro la nuova umanità sorta dai tumulti dell’èra ultima si riapproprierà della tradizione aurea primordiale dei propri antenati. Essi vivranno e regneranno in Gimlé, “una corte più bella del Sole, d’oro ricoperta”.

Sebbene Esiodo non faccia riferimento all’avvento di una razza che ristabilirà una nuova Età dell’Oro, pure colloca un’ èra degli eroi tra quella del bronzo e la nostra. Di diverso avviso è il nostro Virgilio che, nella IV bucolica, si esprime con questi versi:

Ormai è venuta l’età ultima della profezia cumana;
nasce dall’inizio una grande serie di generazioni.
Ormai ritorna anche la Vergine, ritornano i regni di Saturno,
ormai una nuova generazione viene giù dall’alto cielo.
O casta Lucina, sii ora favorevole al bambino che nasce,
con il quale innanzitutto cesserà la stirpe di ferro
e sorgerà in tutto il mondo la stirpe aurea:
ormai regna il tuo Apollo.
[…]
Egli riceverà la vita degli dèi e vedrà gli
eroi mescolati agli dei e lui stesso sarà con quelli
e governerà il mondo pacificato con le virtù patrie.

Giocate un po’ ad aguzza la vista, e troverete un’esatta corrispondenza con quanto citato nella Völuspá: i riferimenti compaiono tutti e sono pressoché delle corrispondenze dirette. Ma dove ci eravamo lasciati con la tradizione Indù, o meglio, con la Sanatana Dharma? Già, ai quattro yuga. Ebbene, facendo riferimento alla tradizione più vicina a quella primordiale, concludiamo citiando due brani tratti rispettivamente dal Vishnu Purana e dal Bhagavata Purana, in cui si sviluppa la visione della fine del Kali Yuga e di ciò che ne seguirà:

Quando le pratiche insegnate nei Veda e le istituzioni della legge saranno quasi cessate, e la fine del Kali Yuga sarà vicina, una porzione di quell’essere divino che esiste della sua natura spirituale, e che è l’inizio e la fine, e che comprende tutte le cose, discenderà sulla terra. Egli nascerà nella famiglia di Vishnuyasha, un eminente brahmano del villaggio di Shambala, come Kalki, dotato di otto facoltà sovrumane, quando gli otto soli splenderanno insieme su nel cielo. Con la sua irresistibile potenza egli distruggerà tutti i mlecca e i ladri, e tutti quelli le cui menti sono devote all’iniquità. Egli ristabilirà la giustizia sulla terra, e le menti di coloro i quali vivono alla fine del Kali Yuga saranno svegliate, e saranno limpide come cristallo. Gli uomini che perciò sono cambiati in virtù di quel peculiare periodo saranno come i semi di una nuova umanità, e daranno alla luce una razza che seguirà le leggi del Krita Yuga o Satya Yuga, l’età della purezza. Così è detto, che quando il Sole e la Luna, e l’asterismo lunare Tishya, e il pianeta Giove si troveranno in un’unica dimora, il Krita Yuga farà ritorno.

***

Alla fine del Kali Yuga, quando più non esisteranno argomenti sul soggetto di Dio, anche alle residenze dei cosi detti santi e rispettabili gentiluomini, e quando il potere del governo sarà trasferito nelle mani dei ministri eletti dagli uomini malvagi, e quando nulla più si saprà della tecnica del sacrificio, nemmeno a parole, a quel tempo il Signore farà la sua comparsa come il supremo castigatore. L’antico principe, il Signore Kalki, il Signore dell’Universo, cavalcherà il suo rapido cavallo bianco Devadatta e, spada in pugno, viaggerà per la Terra esibendo le sue otto mistiche opulenze e otto speciali qualità divine. Facendo mostra della sua in comparata rifulgenza e cavalcando a gran velocità, ucciderà quei ladri che a milioni hanno osato vestirsi come dei re.

L’Ardire Di Prometeo

Il mito di Prometeo è un chiaro esempio del carattere aristocratico, nobile, élitario ed anti-democratico proprio dell’antica Ellade, il cui ricordo riecheggia in racconti in cui il supremo principio olimpico della virilità spirituale propria non che a pochissimi si staglia crudo, schietto,  eminentemente superiore e supremamente dignitoso di contro alle bassezze ed alla grossolanità della massa volgare costituita dai più. Come un fiore di loto che crescesse da un mucchio di letame, usando una metafora del lontano Oriente. Sei figlio di titano, Prometeo. Nella tua natura v’è quella dei tuoi padri. Per Esiodo, prima degli olimpi vi erano i titani (Προτεροι Θεοί, «antichi dèi»), e racconta di come le due schiere si fecero guerra nella famosa titanomachia. Il tentativo sovversivo dei titani non sortì effetto, e questi vennero incatenati nel buio Tàrtaro. Un’indole ribelle avente a disposizione una forza smisurata, ma cieca e bruta, seppur tale da costituir minaccia per l’ordine olimpico.

Intorno alla figura di Prometeo, già a partire dal primo Illuminismo, si modellò il simbolo proprio allo spirito di questa corrente :  il «lume della ragione» che doveva dissipare l’oscurantismo proprio alla irrazionale ignoranza misticheggiante dell’Europa del XVIII secolo, incarnato nel Προμηθεύς Πυρφόρος, il Prometeo piròforo, «portatore di fuoco», per certi versi sovrapposto alla figura di Lucifero. L’incarnazione della ribellione cieca, della sfida ad un’autorità non più riconosciuta, al dogma. A tutto ciò, può ben attribuirsi l’aggettivo di «titanico». Non c’è poi tanto da meravigliarsi nel considerare il fascino magnetico che questa figura esercita sulla maggior parte delle persone poiché, come a breve vedremo, il racconto di Prometeo si riferisce all’impossibilità oggettiva di superare i limiti posti dalla propria natura intrinseca, sia fisica che spirituale, e alle conseguenze che quest’atto comporterebbe. Ed è idea alquanto moderna, umanistica e democratica, quella della libertà personale propria a chiunque di poter fare «qualsiasi cosa si voglia», concezione quanto mai tipica della più decadente umanità le cui radici affondano tanto in profondità nel tempo quanto basti ad arrivare al carattere socialistico, comunitario e sentimentalistico del Cristianesimo, alla base del quale sta la concezione della fondamentale uguaglianza fra gli uomini.

Il mito racconta che Prometeo era tenuto in alta stima da Zeus, il sommo dio, al punto che questi gli conferì il compito di creare l’uomo. Modellata dall’umile terra, alla nuova creatura fu conferita la fiamma di vita. Venne il momento di attribuire ad essa le qualità positive, ma di queste il fratello del titano, Epimeteo, fece un cattivo uso, sprecandole con gli animali. Segue l’episodio del banchetto tra uomini e dèi : un bue venne sacrificato per l’occasione, e Prometeo furbescamente, avendo più a cuore le sue creature che il rispetto per il sovrano olimpico, ingannò Zeus al momento in cui gli presentò le due parti da scegliere : una era la carne, e l’altra il grasso. Scelta la seconda, Zeus si accorse che il grasso abilmente mascherava le ossa dell’animale ucciso, ricevendone grande offesa. Come punizione, il dio tolse per sempre il fuoco agli uomini, condannandoli ancor più a vivere in miseria come bestie. Sempre più preoccupato per il destino degli uomini, Prometeo di nascosto entrò nelle dimore olimpiche e, con una torcia, rubò il fuoco divino – o dal carro di Helios, o dalla fucina d’Efesto, a seconda della fonte – riportandolo sulla terra. Zeus in cuor suo covava un piano di vendetta : inviò sulla terra Pandora, la prima donna, la quale venne in un primo momento accolta da Epimeteo il quale, tuttavia, memore del consiglio fraterno di non accettare alcun regalo proveniente da Zeus, la rifiutò. Adirato ulteriormente da questo duplice affronto, il re degli olimpi punì sia Prometeo, incatenandolo ad un monte, martoriandolo con un’aquila che ogni giorno gli divorava il fegato, sia l’umanità intera : infatti Pandora accidentalmente aprì il vaso contenente le qualità negative dato dagli dèi, diffondendole per il mondo e condannando gli uomini a soffrirne. Infine, la tragedia di Eschilio ci racconta di come Eracle, il più caro agli Olimpi, liberò il titano dalla sua sofferenza uccidendo l’aquila e spezzando le catene. Fin qui, il mito.

Possiamo sottolineare in questo caso che il detto «chi gioca col fuoco, prima o poi si scotta» qui assume un valore decisamente non banale né tantomeno moraleggiante. Il fuoco trafugato dalle dimore olimpiche è il simbolo della sacra divinità primordiale di cui Prometeo vuole appropriarsi sebbene non abbia le qualità, fisiche e spirituali, per poterlo fare senza subirne gravi conseguenze. Esso rappresenta l’essenza olimpica più pura e adamantina, il fuoco servendo solo come mero strumento e sostegno alla comprensione umana per potersi figurare uno stato supremo, trascendente dell’essere che, per sua natura, non può essere che limitato ad un esiguo numero di individui, nominalmente la casta sacerdotale e guerriera delle varie società tradizionali. Ciò che compie Prometeo non sarebbe che il tentativo di appropriarsi di una natura superiore dalla quale, non avendo i requisiti necessari per poterla «sopportare», si può solo essere sopraffatti. A ritrarre questo momento, entra in gioco la «punizione». Incatenato ad una roccia, il titano subisce il supplizio dell’aquila – per eccellenza simbolo di Zeus insieme alla folgore – la quale, ogni giorno, gli rode il fegato, noto per essere la sede fisica dell’ardimento e del coraggio. Di chi è audace si dice infatti «che ha fegato». Ma qui tutta l’audacia ed il coraggio di cui si può disporre non sono sufficienti se a far da sostrato all’individuo non vi è una rara e predisposta natura nobile, aristocratica, superiore, eminentemente dignitosa, in questo caso : olimpica. Ed è proprio dal favorito degli Olimpi che Prometeo viene liberato, a rimarcare che un tale stato trascendente dell’essere può essere raggiunto solo da chi può farlo tenendogli testa, in un atteggiamento attivo, senza esserne sovrastato e spazzato via. All’occasione, ricordiamo il mito di Fetonte, anch’egli titano il quale, per provare la sua ascendenza come tale, prese a guidare il cocchio del padre (Helios, il Sole) ma, imbizzarriti i cavalli, precipitò troppo vicino alla terra, bruciandone una parte; affinché il danno fosse limitato, Zeus fermò lo sciagurato scagliandogli una folgore.

Il mito in questione ci testimonia inoltre dell’incorruttibilità del principio della religione olimpica non ancora contaminata da manie e patetismi asiatici. Contraria ad ogni egualitarismo, rifuggente ogni moto passionale, scevra da ogni irrazionalità, esaltatrice del nobile, del puro, dell’elevato, inflessibilmente e immancabilmente schianta al suolo chi ha la sfacciataggine di profanare la sacralità del suo templio. Il destino di Prometeo attende inesorabilmente chiunque voglia fronteggiare le svettanti altezze pur soffrendo di vertigini.