Giasone e il Sole di Mezzanotte — Parte III

Continua da parte II.

Quali furono, per l’appunto, le conseguenze sul piano spirituale dovute alla migrazione di queste genti da una sede primordiale Iperborea (per usare il termine greco, essendo Borea il nome da loro dato al vento del Nord, e il prefisso iper- stando ad indicare qualcosa che sta sopra, oltre) ad una più meridionale, comunemente definita Nordico-Atlantica? Se consideriamo valida questa teoria di uno spostamento da un centro polare originario ad una sede decentrata che, tuttavia, mantenne elementi ben marcati della spiritualità primaria, allora è possibile accostarsi all’analisi dei simboli che ci restano da trattare avendo in arsenale alcuni nuovi strumenti utili. Non ci saranno risposte definitive, ma possibilmente una maggior chiarezza. Il primo punto da mettere in evidenza è quello dell’importanza del Sole e del Polo (o centro) tipico della tradizione iperborea. Abbiamo già visto come il centro, essendo l’unico punto immobile di un cerchio in rotazione, a differenza appunto dalla sua periferia mutevole e in movimento, rappresenta per eccellenza il punto stabile, il punto fisso e, su un piano spirituale, rappresenta la cosiddetta fermezza del saggio, per dirla con Seneca. Il centro, il polo, hanno riferimento con il Sole poiché questo è al centro del sistema solare, e attorno a lui ruotano tutti i pianeti. Un secondo punto da mettere in evidenza riguarda invece i quattro momenti cruciali che dividono l’anno solare, ossia i due solstizi e i due equinozi. Per la spiritualità iperborea, il momento di maggior importanza era costituito dal punto in cui il Sole, al termine del suo percorso discendente, pare scomparire al di sotto della linea immaginaria dell’equatore celeste, per poi risorgere al di sopra di esso nella data del solstizio invernale. Tale ricorrenza era chiamata dai Romani Dies Natalis Solis Invicti, ossia il giorno del natale del Sole Invitto, ma possiamo riscontrare un atteggiamento simile anche in altre tradizioni in cui si è mantenuta più viva la vena iperborea la quale attribuiva una maggiore importanza al momento solstiziale. Qui il simbolismo è sufficientemente chiaro da parlare da sè. In un secondo momento alla preminenza del solstizio invernale si sarebbe sovrapposta quella dell’equinozio primaverile, momento in cui la linea dell’equatore celeste incrocia in maniera ascendente quella dell’eclittica. Tutto questo discorso non avrebbe una chiave di lettura se non si tenesse conto del simbolismo zodiacale e di un fenomeno chiamato precessione degli equinozi. Ciò che oggi avviene nel segno del Sagittario (ossia il solstizio invernale) a causa di tale movimento dovuto al moto di precessione dell’asse terrestre, 2100 anni fa si svolgeva nel segno del Capricorno, e ciò che oggi avviene nel segno dei Pesci (equinozio primaverile) 2100 anni fa si svolgeva nel segno dell’Ariete.

Come possiamo mettere in relazione queste considerazioni con l’epopea degli Argonauti? Abbiamo considerato che in due momenti più importati dal punto di vista simbolico, in vista di una ascesi, di un movimento verticale, sono rappresentati dal solstizio invernale, in un primo momento, e dall’equinozio primaverile in un secondo. Se leggiamo con questa chiave di lettura la vicenda della dominazione del toro e della conquista del vello d’oro dell’ariete, possiamo comprendere il loro ruolo in questa vicenda, nonché il loro accostamento al simbolismo solare, esplicitato anche dall’autore stesso, in riferimento al toro, quando ce li descrive come spiranti vampate di fuoco (III, v. 1290), ed in riferimento al vello d’ariete, proprio per la sua natura aurea, essendo l’oro un palese rimando al Sole. Volendo giocare coi numeri, potremmo arrivare a dire che, nel segno dell’Ariete, il solstizio invernale si svolse in un periodo compreso tra l’8000 a.C. e il 6000 a.C, mentre l’equinozio di primavera tra lo 0 e il 100 a.C., mentre gli stessi momenti, nel segno del Toro, sarebbero caduti il primo tra il 10000 a.C. e l’8000 a.C., il secondo tra il 2000 a.C. e l’anno 0, ma ciò si limiterebbe solo a darci un’ idea indicativa che potremmo utilizzare per datare la presunta antichità delle tradizioni riprese nelle Argonautiche. Vale invece la pena concentrarsi sul significato spirituale di ascesi che rappresenta il cardine di questo poema epico.

Arriviamo quindi al momento cruciale, quando cioè Giasone, domati i due tori e sbarazzatosi dei Terrigeni, va sull’isola di Ares accompagnato da Medea. Su quest’isola vi è appunto la quercia alla quale il vello è appeso, custodito dal serpente senza sonno. E’ importante notare come viene esplicitato che tale impresa deve essere compiuta di notte, per eludere Re Eeta (IV, vv. 101, 102), andando ciò a ricalcare la valenza del simbolismo del Sole di mezzanotte. E’ Medea stessa che dice a Giasone che gli consegnerà il vello d’oro, ammaliando il serpente (IV, vv. 86, 87). Ed è proprio ciò che avviene : coi suoi incantesimi e coi suoi filtri, Medea riesce a neutralizzare il serpente custode addormentandolo. Qui basti notare come anche il serpente afferisca al più vasto simbolismo femminile delle acque, della transitorietà, della passionalità e dell’instabilità : per tal motivo l’averne a che fare è competenza di Medea. Giasone così, grazie all’aiuto della compagna, stacca il vello d’oro dalla quercia e, “per riflesso della lana, un rossore simile a fiamma si posava sulle sue guance bionde e sulla fronte.” (IV, vv. 162, 163). Qui abbiamo ulteriori rimandi alla natura solare del vello, come in IV, vv. 177 e 178 : “E mentre Giasone avanzava, la terra ad ogni passo gettava bagliori davanti ai suoi piedi.” e nel v. 185 : “Il grande vello, che splendeva come un fulmine di Zeus.“. A coronamento di questa parte dell’impresa, Giasone afferma che sposerà Medea (IV, v. 194). L’avventura si conclude con il ritorno in patria degli Argonauti e il termine delle loro fatiche, i quali riescono a sbarcare sull’isola di Creta per intercessione di Apollo, in quest’occasione chiamato Splendente, il quale col suo arco squarcia le tenebre che li avvolgono in pieno mare durante il ritorno, segnalandogli un approdo sicuro.

Concludendo, possiamo dire che all’interno delle Argonautiche ci sono moltissimi altri riferimenti a quella che abbiamo chiamato tradizione iperborea, riferimenti che comunque ho giudicato, per lo scopo di queste tre puntate, di secondo piano rispetto alla vena centrale del poema e, a volerli elencare tutti, si finirebbe fuori dalla cornice della presente trattazione. Qui non c’è spazio per qualsivoglia morale da favola o per i sentimentalismi spiccioli di una storia d’amore nata da un’avventura : il poema di Apollonio Rodio va ben oltre alle più comuni e scontate interpretazioni e nel suo linguaggio simbolico fa riferimento ad un processo di ascesi ed elevazione che credo di aver almeno in parte delineato con quanto detto finora. Giasone, domando i tori, uccidendo i terrigeni e conquistando il vello d’oro si riappropria della sua natura superiore, solare, uranica, riconquista la sua centralità spirituale ed unendosi a Medea, ripristina l’unità primordiale dell’androgine come essere completo.

Giasone e il Sole di Mezzanotte — Parte II

Continua da parte I.

L’ultima volta ci eravamo lasciati con una domanda : non è strano trovare il Sole nel cupo regno dei morti? Per trovare una risposta a questo quesito dobbiamo sempre rifarci al simbolismo della tradizione in oggetto e del significato spirituale a cui esso sottende. Ciò però non basta, in quanto tale simbolismo non è una sterile immagine che pur può rappresentare un che di trascendente. C’è una diretta corrispondenza tra il Sole di mezzanotte come puro fenomeno fisico e la sua controparte metafisica. Si può dire che il significato del simbolo, espresso anche nella realtà materiale percepibile ai sensi fisici, costituisca per l’individuo una sorta di trampolino per raggiungere quella mèta che più volte qui è stata chiamata col nome di autotrascendimento, l’azione anagogica cui si faceva riferimento la volta scorsa. In un’espressione : il superare sè stessi. Chiudendo la parentesi, il simbolo serve come supporto al conseguimento di uno stato più alto, più nobile. E’ più facile, alla luce di ciò, darsi una spiegazione di questo episodio mitologico : Giasone e i suoi compagni, nel viaggio nell’Ade, incontrano Apollo, così come l’iniziato, nel processo autoconoscitivo delle zone ignote (simbolicamente buie, invisibili) del suo essere, incontra l’essenza divina che lo accomuna agli dèi, quel principio uranico di pura luce solare, quell’essenza adamantina incastonata nei recessi più intimi del suo essere col quale andrà ad identificarsi. Avremo modo di completare ulteriormente questo punto quando parleremo più propriamente della conquista del vello d’oro in sè.

Ora concentriamoci su uno dei consigli, forse il più importante, che Fineo il profeta dà agli Argonauti circa il felice compimento dell’avventura, egli dice infatti : “Cercate l’aiuto smaliziato di Cipride, poiché in lei sta il compimento glorioso di tutta l’impresa.” (II, vv. 424, 425). Cipride è uno degli epiteti di Venere, la dea dell’amore. Come potrebbe una dea, spesso estranea alle faccende eroiche di questo tipo, aiutare gli Argonauti? Cosa vuole suggerire Fineo? Ebbene, qui è necessaria una piccola digressione circa un mito molto conosciuto, ossia quello dell’androgine, così come lo racconta Platone nel suo Simposio. L’androgine (ἀνδρόγυνος, da ἀνδρός, genitivo di ἀνήρ “uomo”, e γυνή “donna”) è presentato dal filosofo citato come lo stato primordiale antecedente alla separazione dei sessi in maschile e femminile. Un’etimologia vuole che il termine sesso derivi proprio da “scisso”, “diviso”, proprio in relazione ad una separazione di un’unità originaria rappresentata dall’androgine. Cercare di ripristinare questa unità infranta sarebbe, per Platone, la causa più nobile, più alta, che spingerebbe uomo ed donna ad unirsi, ricercando nell’amplesso un barlume di quello stato di integrità ancestrale divina. Per ritrovare la divinità dormiente in lui, per conquistare quindi il vello d’oro, Giasone non può assolutamente prescindere dall’aiuto di Medea, la quale si innamora dell’eroe grazie ad un intervento di Eros spronato da Venere stessa.

Arriviamo così al punto in cui Giasone si reca al palazzo di Re Eeta per cercare di parlamentare la consegna del vello. Questi, infuriato per l’insolenza dell’eroe, decide di sottoporlo ad una prova, certo che non riuscirà mai a superarla. Queste le parole del Re : “Pascolano nella piana di Ares due miei tori : hanno piedi di bronzo, e dalla bocca soffiano fuoco; io li aggiogo e li porto al duro maggese di Ares, in un campo di quattro iugeri. Alacremente fendo la terra con l’aratro fino al vivagno, ma non getto nei solchi il seme del grano di Demetra, bensì i denti di un drago terribile, che germogliano in forma di guerrieri : essi m’assaltano tutt’intorno, ma io li falcio e uccido con la mia lancia. Di primo mattino attacco i buoi, e al crepuscolo termino la mietitura. Se allo stesso modo tu farai tutto questo, in quel medesimo giorno porterai il vello al tuo re. Ma non sperare di averlo da me : sarebbe ignobile, se un valoroso cedesse a chi è meno forte di lui.” (III, vv. 409-421). Dopo un attimo di scoramento, in cui Giasone confessa a Medea di non poter superare la prova senza il suo aiuto (III, vv. 988, 989), questa rivela all’eroe che, grazie ad un magico filtro da lei preparato, essendo esperta di arti magiche, riuscirà a superare la prova imposta dal crudele sovrano.

La scena si sposta quindi nella piana di Ares. Qui Re Eeta in armatura, con tanto di carro ed auriga, osserva Giasone cimentarsi nella prova, inconsapevole dell’aiuto prestato dalla figlia all’eroe. Costui, dopo aver seguito scrupolosamente i consigli di Medea circa il sacrificio ad Ecate e l’essersi cosparso su tutto il corpo il filtro magico, così come sulle armi e sullo scudo, è pronto per aggiogare i due tori. Giasione, “nudo, con la spada legata alla spalla, era simile ad Ares e insieme ad Apollo, il dio dalla spada d’oro.” (III, vv. 1282, 1283), si trova di fronte alla carica dei due terribili tori : “tremarono gli eroi nel vederli, ma Giasone, saldo sulle gambe, attese l’assalto come lo scoglio nel mare attende le onde sollevate da tempeste senza fine.” (III, vv. 1293-1295). Avendoli aggiogati, ara la piana e semina dietro di sè i denti del drago, dai quali spuntano dei guerrieri armati chiamati Terrigeni, ossia generati dalla terra. Giasone segue il consiglio di Medea e, anziché affrontarli con le armi, lancia nella loro mischia una pietra attorno alla quale essi cominciano ad azzuffarsi, uccidendosi a vicenda.

Concludiamo questa seconda parte accennando al significato di queste ultime vicende. Stando all’etimologia del loro nome, possiamo dire un paio di cose circa i Terrigeni che vogliono attaccare Giasone. Senza perdere di vista il moto verticale verso l’alto che l’iniziazione deve stimolare e produrre, si potrebbe avanzare l’ipotesi che i nati dalla terra rappresentino le ultime passioni di cui il nostro eroe si deve liberare prima di giungere alla conquista vera e propria del vello. Il fatto che vengano chiamati “nati dalla terra”, in questo contesto, è molto significativo : in opposizione a quanto di uranico, celeste, solare e per estensione, nobile, aristocratico, spirituale ed elevato vi è nell’uomo, troviamo gli elementi prettamente terrestri, quindi materiali e trascinanti verso il basso, elementi passionali ed emozionali caratterizzati da instabilità, volubilità, inaffidabilità e transitorietà che lo vincolano nella sua condizione di homo, termine fatto derivare da humus, cioè terra, di cui egli si deve liberare per potersi definire vir, cioè uomo in senso eminente, superiore. Cosa dire poi del simbolismo della dominazione del toro? Questo gesto lo riscontriamo in numerosi altri racconti mitologici, specialmente nell’episodio di Mithra che uccide il toro e quello di Romolo che, aggiogati dei tori, scava un solco a delimitare i confini della città che andrà a fondare e alla quale darà il nome. Per comprendere meglio questo simbolismo, così come quello del vello d’oro, sarà necessario aggiungere qualche informazione circa lo spostamento da Nord a Sud di quelle genti conquistatrici di cui si è parlato all’inizio e le conseguenze che tale migrazione ebbero sul piano spirituale…

Giasone e il Sole di Mezzanotte — Parte I

Scopo di questo videoarticolo non è tanto ripercorrere virtualmente le tappe del viaggio degli Argonauti, quanto mettere in risalto degli elementi che appartengono ad una tradizione molto antica le cui radici affondano in quella che Esiodo chiama l’Età dell’Oro. Questa tradizione, proprio per le sue caratteristiche, possiamo chiamarla Iperborea. Questo perché gli elementi costituenti rimandano ad un ciclo di civiltà molto antiche, che nel caso specifico dei Greci potremmo chiamare coi nomi di Dorii e Achei, di cui anche nella storiografia si ha menzione in riferimento alle invasioni di genti venute dal Nord, popoli guerrieri e conquistatori che si sovrapposero alla precedente civiltà pelasgica.

Su un piano parallelo, ma non meno importante, vi è l’intento di spiegare come il percorso di Giasone sia di tipo iniziatico, espresso nei termini e nei simboli della tradizione occidentale.

Se potessimo ridurre all’osso l’intera vicenda eroica, sfrondandola dei numerosi episodi di minor importanza, potremmo riassumerla così :

L’ordine di Re Pelia obbliga Giasone a navigare fino alla terra dei Colchi governata da Re Eeta, figlio del Sole. Da esso, il nostro protagonista dovrà ottenere, con le buone o con le cattive, il magico vello d’oro che si trova sull’isola di Ares, attaccato ad una quercia attorno alla quale sta attorcigliato un serpente che mai dorme, e che fa da guardia al vello. Prima di tutto, per raggiungere la sua meta, Giasone deve attraversare le Simplegadi, le rocce erranti che si trovano in mezzo al mare e che costituiscono l’ingresso al regno dei morti, come viene esplicitamente profetato a Giasone dal saggio Fineo. Sempre quest’ultimo incoraggia i viaggiatori a cercare l’aiuto di Cipride (Venere), poiché da lei dipende l’esito dell’impresa. Tale aiuto viene fornito nella persona di Medea, figlia di Eeta, la quale, fatta innamorare di Giasone per intercessione di Era ed Atena, lo aiuta prima nella prova dei due tori sputafuoco imposta dal Re dei Colchi, e in un secondo momento lo accompagna sull’isola di Ares e, addormentato il serpente con i suoi incantesimi, permette a Giasone di staccare il vello dalla quercia e portarlo con sè. Alla fine della vicenda, i due si sposeranno.

Come ricondurre tutto ciò su un piano di iniziazione? Sarà forse necessario spendere un paio di parole circa l’iniziazione e il suo significato, che può essere meglio compreso qualora si faccia riferimento al termine palingenesi (“generato di nuovo”, da πάλιν, “di nuovo” e γένεσις, “nascita”, “creazione”). Si può vedere che iniziazione e palingenesi sono quasi sinonimi : in entrambi si esprime il concetto del cominciare, ma nel secondo l’accento è più spostato sulla nascita che non è quella del corpo fisico di cui ogni essere umano, uscito dal ventre materno, è dotato, quanto più di un altro tipo di corpo che permette un altro tipo di percezione che, a differenza del precedente, non è fisica ma metafisica.

Lo scopo dell’iniziazione è quello di mutare la natura profonda dell’individuo, affinché la sua coscienza e il suo modo di percepire si elevino ad un piano ontologico superiore : si tratta di creare una super-coscienza, la quale permette al “nato per la seconda volta” di aprirsi alle vie superiori dell’esistenza. Un processo anagogico quindi, cioè che conduce verso l’alto, che permette una reintegrazione nello stato primordiale dell’essere, di cui spesso si ha una nostalgica eco all’interno dei vari racconti mitologici.

Stabiliti gli intenti e chiarite le premesse, possiamo addentrarci nei dettagli più interessanti.

Il viaggio raduna il fiore della nobiltà ellenica : prìncipi accorrono dalle migliori famiglie per aiutare l’eroe nell’impresa. Perfino Eracle vi prende parte. Così come in altri famosi poemi epici della tradizione greca, l’accento sulla nobiltà e l’eroismo guerriero dei protagonisti viene quanto mai marcato.

Come ad ogni impresa che si rispetti, anche questa non può aver inizio senza i dovuti riti propiziatori. Due tori vengono sacrificati ad Apollo Iperboreo. Uno di essi con un’arma sacra chiamata labrys, l’ascia bipenne.

Un altro caro tema dell’epica tradizionale greca ricorre anche nel nostro racconto : quello del viaggio per mare. La nave sulla quale salperanno i nostri eroi è speciale, divina. La trave mediana della chiglia proviene dalla quercia di Dodona, sacra a Zeus, e l’intero processo di costruzione, opera di Argo, è stato presidiato da Atena.

La navigazione in sè, l’affrontare il mare è un tema eroico. Le acque hanno sempre simboleggiato ciò che di instabile, di passeggero, di fluente, di passionale, di transitorio c’è nella vita. Le acque nella tradizione sono un simbolo prettamente femminile, al contrario della stabilità solare imperitura ed immota, olimpica qui è un aggettivo quanto mai azzeccato, qualità sotto il segno maschile. Ecco quindi che già prima dell’inizio del viaggio si va a delineare quello che è il carattere eroico, guerriero e nobile dell’impresa. L’affrontare il mare aperto significa superare ciò che di instabile, passionale, che va e che viene c’è in sè stessi, avventura pericolosa ma necessaria vista come un autotrascendimento, un superamento di ciò che non può dare appoggio, per ancorarsi alla radice di ciò che, spiritualmente, dà solidità, sicurezza, adamantina centralità. E’ uno spostarsi dalla periferia caotica al centro saldo ed immutabile del proprio essere, è il conseguimento della virilità spirituale.

Altro motivo ricorrente e che anche qui incontriamo è l’ingresso dell’eroe nel mondo dei morti. Precisiamo che tale viaggio non avviene come dovrebbe naturalmente avvenire, ossia con la morte, ma mentre si è ancora vivi e vegeti. Se mettiamo in parallelo il regno dei morti con la parte più oscura, interna ed ingota del nostro essere, capiamo che il viaggio di Giasone rappresenta il viaggio iniziatico di chi vuole e deve conoscere sè stesso, per dirla con la famosa massima incisa nel tempio di Apollo delfico, al fine di autotrascendersi. I viaggi nell’aldilà compiuti dai personaggi delle varie narrazioni mitologiche, quando questi sono ancora in vita, si riferiscono appunto all’individuo che sa mantenersi attivo, desto e vigile anche quando la sua coscienza si sposta da un piano materiale ad uno non materiale, quando cioè è in grado di mantenersi tale senza l’abitudinario supporto del corpo fisico. Nel nostro racconto si fa espressamente menzione di come tale prova sia la più ardua di tutta l’impresa. Giasone stesso infatti ha da dire : “Ma ora che abbiamo superato le rocce Plegadi, penso che mai più in futuro affronteremo una prova tanto spaventosa” (I, vv. 644-646). Una volta oltrepassate queste rocce, non senza l’aiuto di Atena, l’autore afferma che gli Argonauti “potevano ben dire d’essere scampati alla morte.” (I, vv. 609,610). Come segno propizio della buona riuscita di questa parte dell’impresa, i nostri eroi incontrano Apollo, il quale si stava recando “a visitare l’immenso popolo degli Iperborei” (I, v. 675). Questi, stupiti nel vederlo, “non osavano alzare lo sguardo verso gli occhi del bel dio”, e tengono il “capo chino a terra” (I, vv. 681-683). Vien facile comprendere il motivo di tale atteggiamento considerato il carattere solare ed uranico del dio, principio supremo della luce che ha per simbolo il Sole, a cui l’uomo non può volgere lo sguardo se non danneggiandosi la vista. Non è strano trovare il Sole nel cupo regno dei morti? Ci arriveremo quando tratteremo più da vicino il significato del vello d’oro..

 

Ataviche Memorie

Memoria. Un termine di cui oggi si contempla solo la superficie.

Atavica. Vano aggettivo quasi poetico, romantico, dalle tinte nostalgiche, per altro poco qualificante.

Nel violento cristallizzarsi del pensiero umano entro i limiti più propriamente crudi e fisici del suo essere, l’uomo del nostro tempo spesso non rammenta il valore che le parole e i simboli hanno nel suo quotidiano. Ricettacoli di significati, espressioni di contenuti, perpetuano se stessi nel tempo.

Memoria assume una connotazione più profonda, quasi extra-temporale quando accostata ad Atavica. Non è l’insieme dei ricordi delle esperienze della vita del singolo, di ciò che egli o ella ha sperimentato nella sua esistenza fisica presa nella sua unitarietà e che valga la pena di essere ricordato, cominciato con la nascita ed esauritosi con la morte. Implicitamente vincolata al passato, può assumere una valenza attiva ed un conseguente significato qualora l’individuo si dimostri in grado di appropriarsene, legandola al suo presente e immortalandola nel divenire.

Per gli Antichi, le sedi ultime dell’essenza dell’individuo — vale a dire delle caratteristiche metafisiche che lo definiscono in quanto tale — corrispondevano alla testa e al cuore. Alla luce di questa considerazione, non sarebbe vana l’etimologia che lega le azioni del “rammentare” e del “ricordare” proprio alla mente e al cuore. A poco vale stupirsi, per tanto, se in svariati testi sacri andasse a contornarsi in maniera ben più definita l’accostamento appena detto.

Nel video di oggi andiamo a concentrarci su alcuni tra i principali poemi che la tradizione scandinava ha in repertorio, offrendo questi numerosi esempi ben adatti al nostro scopo. Interessante quanto necessario e integrante, qui di passaggio, è ciò che Varg Vikernes scrive a proposito della fortuna e della sua concezione presso le genti del Nord Europa più estremo. Val la pena di far notare l’enfasi posta sugli aspetti trascendentali e fuori dal tempo dei concetti trattati.

Non sarebbe possibile discutere proficuamente di quanto stiamo per fare se non avessimo ben chiaro il vincolo che salda il sangue al suolo. Tale legame va ad esprimersi nei termini di Blôð auk Ôðal. A tal proposito, risulta molto esplicativo quel che Julius Evola ha da riportare circa questo aspetto:

“Tradizionalmente, fra l’uomo e la sua terra, fra sangue e terra esisteva un intimo rapporto, esso stesso di carattere psichico e vivente. Una data regione avendo, oltre la sua individualità geografica, la sua individualità psichica, colui che in essa nasceva non poteva, sotto un certo riguardo, non dipendere da essa. In tale dipendenza, in sede di dottrina va però distinto un doppio aspetto, naturalistico l’uno, sovrannaturale l’altro, il che riporta alla distinzione già indicata fra il «totemismo» e la tradizione di un sangue patrizio purificato da un elemento dall’alto.”

“L’odel, il mundium degli uomini liberi nordico-arî, nel quale le idee di possesso della terra, di nobiltà, di sangue guerriero e di culto divino non figurano che come aspetti varî di una sintesi inscindibile, va ricordato ancora una volta a questo riguardo. Nell’assumere la terra avita esisteva tradizionalmente un tacito o espresso impegno verso di essa, quasi come controparte dello stesso dovere verso l’eredità divina e aristocratica trasmessa dal sangue, che essa solo in origine aveva introdotto al diritto di proprietà. Le ultime tracce di tali valori si ritrovano nell’epoca dell’Europa feudale.”

Infine, più per quel che riguarda il tramandarsi della forza atavica primordiale all’interno della discendenza di una stirpe di sangue nobile, restano valide le parole del medesimo autore:

“È poi importante mettere in rilievo che, a partire dalle stesse società totemiche, la concezione del procreare non si riduceva a quella naturalistica della continuazione biologica della specie; generando, si intese invece, essenzialmente, conservare e tramandare nel tempo la forza mistica del proprio sangue, della propria gens, e soprattutto quella dell’avo primordiale, immanente come il genius del ceppo e nell’antichità classica sensibilizzata dal fuoco sacro perenne della casa.”

Assodato questo, verrà più semplice comprendere per quale ragione il leitmotiv di molti poemi Eddici e di alcune saghe scandinave sia il misurarsi in gare di sapienza tra Odino (o un personaggio diverso, ma con la medesima funzione) e degli antichissimi giganti (gamli þulr, “vecchio cantore”, “vecchio saggio” nel Vafþrúðnismál), o  quando ciò non accada, in dialoghi tra il dio e degli esseri assai sapienti (come la völva nella Völuspá).

In quest’ambito, gli elementi più significativi provengono da diversi poemi Eddici, ed in particolare si rifanno alla conoscenza segreta che Odino ottiene lasciando uno dei suoi occhi in pegno a Mímir. Non si tratta specificatamente, in questo contesto, delle sole rune (dal Norreno rún, “segreto”, “nascosto”) che egli apprende nel corso del rituale ben descritto dalle stanze dell’Hávamál, quanto più del processo di riassimilazione e riacquisizione della memoria atavica in oggetto, custodita dall’avo primordiale, nel nostro caso identificato in Mímir.

Ciò va a definirsi ancor meglio nel seguente verso della Völuspá, stanza 46:

“…mælir Óðinn                       “…discorre Odino
við Míms höfuð.”                     con la testa di Mímir.”

La testa di Mímir è la fonte dell’essenza dell’individuo — dell’avo primo nel nostro caso — e più dettagliatamente la sede della memoria e di tutte quelle qualità metafisiche che contribuiscono a formare un individuo in quanto se stesso. Non solo : nel mito è la sede della forza primigenia, del numen, del mana, di quell’energia trascendente e vivificante che va a pervàdere i tessuti fisici e psichici dell’iniziando (qui Odino), una sorta di fluido, come in più occasioni è stato definito, che compenetra la sua essenza stessa permettendogli di collocarsi su un livello ontologico dell’essere superiore a quello di partenza, tale essendo lo scopo di molti rituali di iniziazione. È solo da ora che il suo sangue può dirsi divino e non più meramente, materialmente umano.

Di rincalzo, si può notare anche la stanza 13 del Sigrdrífumál, circa l’origine delle rune stesse; qui Hroptr sta per Odino, e Heiðdraupnir e Hoddrofnir sono delle kenningar per Mímir:

“Hugrúnar skaltu kunna, ef þú vilt hverjum vera
geðsvinnari guma;
þær of réð, þær of reist,
þær of hugði Hroftr af þeim legi,
er lekit hafði ór hausi Heiðdraupnis
ok ór horni Hoddrofnis.”

“Rune della mente dovrai conoscere, se vuoi di ogni
uomo essere più acuto;
le interpretò, le incise,
Hroptr le escogitò,
da quella linfa che cadde in gocce
dal teschio di Heiðdraupnir
e dal corno di Hoddrofnir.”

Anche entro certi ambiti della cultura popolare ormai, sono diventate note due stanze in particolare dell’Hávamál, la 76 e la 77, che trovano una cornice in ciò che stiamo esponendo:

“Deyr fé,                                                             “Muoiono le mandrie,
deyja frændr,                                                      muoiono i parenti,
deyr sjalfr it sama,                                            morirai tu stesso allo stesso modo.
en orðstírr                                                            Ma la fama
deyr aldregi,                                                        non muore mai
hveim er sér góðan getr.”                              per chi se ne è fatta una buona.”

“Deyr fé,                                                             “Muoiono le mandrie,
deyja frændr,                                                       muoiono i parenti,
deyr sjalfr it sama,                                             morirai tu stesso allo stesso modo.
ek veit einn,                                                         Una cosa conosco
at aldrei deyr:                                                       che mai muore:
dómr um dauðan hvern.”                                 la reputazione di chi è morto.”

Ciò non è per nulla distaccato dal contesto, anche se va a collocarsi su di un piano parallelo : la fama dei nostri antenati, ciò che essi di glorioso e degno di memoria hanno compiuto nel breve lasso di tempo avuto a disposizione, ha il nobile scopo di ispirare noi e i nostri posteri, a guidare le nostre azioni e i nostri pensieri, a stabilirsi come quel cardine spirituale a cui far riferimento nella tormenta dei Tempi del Declino; come il possente scoglio si staglia fiero e sprezzante in mezzo al mare, noncurante del frangersi delle onde su di esso, conscio della loro volubilità e inconsistenza, della loro effimerità, saldo nel suo essere ed ancorato nella sua cruda immobilità.

Da notare che Odino teme più di perdere la memoria (il corvo Muninn) che non le sue capacità mentali (il corvo Huginn). Grímnismál, stanza 20:

“Huginn ok Muninn                                        “Huginn e Muninn
fliúga hverian dag                                               volano ogni giorno
iörmungrund yfir;                                               alti intorno alla terra;
óumk ek of Hugin                                               io ho timore per Huginn
at hann aptr ne komit,                                      che non ritorni,
þó siámk meirr um Munin.”                           sebbene più tema per Muninn.”

Come ultimo punto della nostra trattazione, trovano posto le seguenti stanze della Völuspá, 60 e 61:

“Finnask æsir                                             “Si ritrovano gli Æsir
á Iðavelli                                                         in Iðavǫllr,
ok um moldþinur                                         e del serpente intorno al mondo
mátkan dœma                                              possente, ragionano,
ok minnask þar                                            e rammentano là
á megindóma                                                le grandi imprese,
ok á Fimbultýs                                              e di Fimbultýr
fornar rúnar.”                                               le antiche rune.”

“Þar munu eptir                                          “Lì di nuovo
undrsamligar                                                meravigliose
gullnar töflur                                                 le scacchiere d’oro
í grasi finnask,                                              si ritroveranno nell’erba.
þærs í árdaga                                                 Eran quelle che anticamente
áttar höfðu.”                                                 avevano posseduto.”

***

In quale grado, in quale condizione contempliamo la saggezza degli antichi?

Dopo la distruzione del Vecchio Mondo, ci sarà chi, fra le sue rovine, troverà i preziosi insegnamenti dei nostri antenati. Sarà, egli o ella, in grado di discernerne la natura aurea?

Si renderà conto che ciò che si trova fra le sue mani è già stato in suo possesso, in precedenza, in un passato più glorioso?

Avrà il coraggio e la fermezza di assumere una presa di posizione in coerenza con la sua natura e la sua origine?

Si ricorderà?

Ti ricordi?

 

Frammenti Orfici : Resti d’un Antico Sapere

Protagonista della puntata di oggi è Orfeo, figura quanto mai enigmatica della storia greca ai confini tra la realtà e il mistero. Che dubitiate o meno della sua esistenza poco importa, ed è totalmente ininfluente sull’argomento in questione. Ciò che dovete sapere è che un certo individuo chiamato Orfeo importò dall’Antico Egitto dei culti misterici nell’Ellade sua patria, o per lo meno così dice la tradizione sulla base delle similitudini di forma e contenuto di tali culti ribattezzati “Orfici”.

Ma è davvero così?

Ciò che oggi sappiamo circa i Misteri Orfici ci è stato tramandato in forme di laminette d’oro sulle quali sono state trovate incise delle frasi specifiche che rimandano a nientepopodimenoche al rituale d’iniziazione che ormai compare in ogni mio videoarticolo. Tali lamine sono state rinvenute all’interno di alcuni sepolcri distribuiti qua e là in un’area definita da Magna Grecia, Tessaglia e Creta, ed erano posizionate nei pressi del defunto : in mano, sul petto o in bocca. Temporalmente vengono collocate tra il V e il III secolo a.C. e le incisioni sono scritte in Greco Antico.

Vediamo nel dettaglio di che trattano.

Frammento 32a — Petelia, Strongoli :

Troverai a sinistra delle Case di Ade una fonte, e accanto ad essa un bianco cipresso che si drizza; a questa fonte non accostarti nemmeno, sostando nelle vicinanze. Ne troverai un’altra, fredda acqua che scorre nello Stagno di Mnemosine : dinanzi si trovano i custodi. Di’ loro : “Sono figlia della Terra e del Cielo Stellato, inoltre la mia stirpe è celeste; e questo lo sapete anche voi. Sono riarsa dalla sete e muoio; ma datemi, subito, fredda acqua che scorre nello Stagno di Mnemosine”. Essi ti daranno da bere dalla fonte divina e allora tu, poi, regnerai insieme agli altri eroi.

Lo Stagno di Mnemosine rappresenta il pozzo della riminiscenza : è l’interno del tumulo dove il candidato — qui in qualità di anima del defunto giunta nell’Ade — è reso partecipe delle gesta dei suoi antenati e messo a parte del sapere sacro tutelato dal sacerdote e dalla sacerdotessa, nel testo “i custodi”, che impersonano Ade e Persefone.

Il candidato si presenta ad essi come di “stirpe celeste”, figlio di Gea e Urano. Perché? Come dissi in passato, non gli schiavi, né gli uomini comuni erano ammessi al rito, ma solo la nobiltà. Questo perché le conoscenze sacre venissero tramandate all’interno del sangue nobile, del sangue divino, e affinché i nobili defunti rinascessero all’interno della Stirpe, nei figli dei figli dei figli, cosicché questi potessero rivestire i panni dei loro gloriosi antenati, prendendone il nome e gli attributi, perpetuandone così la memoria. Urano e Gea sono la prima coppia di nobili, il Re e la Regina, il primo dio e la prima dea : dichiarandosi loro figlio, il candidato testimonia la sua origine e presenta un più che valido motivo di essere nel Regno dei Morti pur essendo ancora vivo : affrontare il rito e, soprattutto, possedere il desiderio e la determinazione di voler rinascere come un suo antenato. Chi non presentava questi prerequisiti veniva allontanato dal luogo sacro, con metodi più o meno diretti.

Quando l’anima chiede di bere l’acqua dello Stagno di Mnemosine stiamo appunto parlando del candidato che chiede al sacerdote e alla sacerdotessa di insegnargli la conoscenza sacra accumulata nel tempo dai suoi avi. Una volta bevutone, egli regnerà “insieme agli altri eroi”, ossia sarà più di un mortale : sarà un eroe, proprio come gli altri candidati che, come lui, hanno superato le prove del rituale.

Come a rinforzo di quanto appena esposto, abbiamo un epigramma del II secolo a.C. inciso su pietra e rinvenuto a Festo che recita:

La madre di tutti preannuncia un grande prodigio agli uomini, mesce da bere ai puri e a quelli che dichiarano la propria discendenza, mentre agisce a danno di coloro che oltraggiano la stirpe degli dèi. E voi tutti, devoti ed eloquenti, avanzate puri nel tempio della grande madre : conoscerete opere divine, degne della signora immortale di questo tempio.

Altrettanto interessanti e significative sono le seguenti di cui riporto il contenuto — Turi, Sibari, IV-III secolo a.C.:

Prima :

Vengo dai puri pura, o Regina degli Inferi, Eucle ed Eubeo e voi altri dèi immortali; infatti, anch’io mi vanto di appartenere alla vostra stirpe beata, ma la Moira mi sopraffece e gli altri dèi immortali e il fulmine scagliato dalle stelle. Volai via dal cerchio che affligge duramente, penoso, e salì sulla desiderata corona con piedi veloci; quindi mi immersi nel grembo della Signora, regina ctonia; poi discesi dalla desiderata corona con piedi veloci. “Felice e beatissimo, sarai dio invece che mortale”. Agnello caddi nel latte.

Seconda :

Vengo dai puri inferi pura, o Regina degli Inferi, Eucle ed Eubuleo e voi altri, dèi e demoni : infatti, anch’io mi vanto di appartenere alla vostra stirpe beata, ma scontai la pena per azioni affatto giuste che mi soverchiasse la Moira, oppure il bagliore dei fulmini. Ora supplice giungo al cospetto di Persefone casta, perché benigna mi invii alle sedi dei puri.

Terza :

Vengo dai puri pura, o Regina degli Inferi, Eucle ed Eubuleo e voi dèi, quanti altri siete demoni; infatti, anch’io mi vanto di appartenere alla vostra stirpe beata, ma scontai una pena per azioni affatto giuste, che mi soverchiasse la Moira oppure il bagliore dei fulmini. Ora supplice giungo al cospetto di Persefone casta, perché benigna mi invii alle sedi dei puri.

Anche qui, in un linguaggio se vogliamo più poetico, viene descritto il viaggio del candidato dentro al tumulo per affrontare l’iniziazione, con la consueta dichiarazione di origine divina. Ne esce infine rinato come dio immortale : la sede dei puri non è altro che il mondo a cui ritorna di nuovo, come è successo per gli altri puri, ossia gli iniziati.

Lo stesso si può dire per quest’altra, rinvenuta a Roma e datata II secolo d.C.:

Giungo dai puri pura, o Regina degli Inferi, Eucle ed Eubuleo, figlio di Zeus. Splendida, possiedo questo dono di Mnemosine, degno di essere cantato fra gli uomini. Vieni, Cecilia Secundina, divenuta divina secondo la legge.

***

Personalmente non ritengo giustificabili le similitudini tra i culti misterici ellenici ed egizi con una influenza di questi ultimi sui primi. Chiunque abbia avuto un assaggio della natura ultra-ritualistica e solenne all’inverosimile tipica della religiosità egizia saprebbe senza difficoltà distinguerla da quella ellenica, per quanto ora io non trovi le parole migliori per descriverla, la quale tuttavia si presenta marcatamente tipica e caratteristica del suo popolo. Sostengo invece che tali ritualità, seppur specifiche, originino dalla stessa matrice biologico-culturale propria di ogni espressione religiosa che ha il suo cuore pulsante in Europa. Ma questa è un’altra, lunga storia…

Racconti Attorno al Fuoco, I — Il Mito Del Lupo Solitario

Il lupo è un animale che esercita da sempre un forte ascendente sull’uomo, la sua natura e il suo comportamento è per molti affascinante e carismatico. Tuttavia, famoso quanto falso è il mito del lupo solitario, animale per sua indole gregario che vive in branco, la sua rigida organizzazione gerarchica di ruoli e autorità. Allora da dove nasce questo mito? Chi è il vero solitario in questione?

Da una prospettiva abbastanza ampia, ho due possibili opzioni : primo, il lupo in sé rappresenta la ferinità primordiale antecedente alla sua degradazione in animale addomesticato quale il cane, la libertà e  lo spirito indomito, integro, lontano dalla mano dell’uomo; secondo, due romanzi di Jack London, Il Richiamo Della Foresta e Zanna Bianca, potrebbero aver significativamente contribuito ad alimentare e plasmare, in quest’ultimo secolo, questo mito già forte nell’immaginario collettivo.

Restringendo il campo, e guardando più indietro nei secoli e nei millenni, si riscontra che in tutti i continenti i rapporti tra animali – specie quelli temibili e quelli oggetto di caccia – e uomini erano regolati e caratterizzati da tabù e precise etichette. A testimonianza di ciò vi è il vasto repertorio mitologico proprio di ogni cultura, nonché gli studi dei diversi etnografi e antropologi.

A seconda delle latitudini, in Europa, tra i maggiori animali totemici figurano il lupo, l’orso, il cinghiale, il leone, il cervo, l’alce, il toro e il bisonte. Ed è proprio sui primi due che c’è da focalizzare l’attenzione, e la comprensione delle loro abitudini di vita fornirà la risposta alla seconda domanda posta all’inizio.

Nell’area Scandinava proprio il lupo e l’orso erano gli animali totemici tenuti in più alta considerazione. Gli Úlfheðnar (“vestiti [con pellicce] di lupo”) e i Berserkir (“vestiti con un serkr [maglia o mantello] d’orso”) ne sono i due esempi più concreti. Sacerdoti, non guerrieri in fame chimica che mulinano asce fino a perdere le forze, come sacerdoti delle tribù celtiche erano i Druidi, quando ancora il limine tra spiriti e dèi non esisteva. Questo potrebbe essere un ulteriore fattore (se non IL fattore) determinante nella moderna love story a senso unico tra essere umano-lupo.

Ma si accennava ai Berserkir, i sacerdoti-orso. Ed ecco che rispondo alla seconda domanda: il vero solitario è l’orso, animale la cui somiglianza con l’uomo e le sue abitudini è spiazzante, tant’è che un vecchio proverbio dice che “dove vive un orso può vivere un uomo”, fondato sulla natura onnivora della dieta di entrambi. L’orso, il Vero Solitario che vaga nelle foreste e tra le montagne per i cazzi suoi, libero da ogni vincolo, da ogni legame, temuto, rispettato e venerato, senza predatori naturali, il vero, integro spirito libero a torto surclassato dal lupo.