La Via degli Uomini e la Via degli Dèi

Curiosi, e celanti un profondo significato, sono i versi con cui il poeta Omero dipinge l’antro di Itaca, che si dice abitato da Ninfe:

«In capo al porto un ulivo dalla lunga chioma,
vicino a lui l’antro amabile, tenebroso,
sacro alle Ninfe che Naiadi si chiamano.
Dentro [vi] sono crateri ed anfore
di pietra, dove le api serbano il miele.
Lì alti telai di pietra, sui quali le Ninfe
tessono stoffe color porpora, meravigliose a vedersi;
lì ancora acque che sempre scorrono. Due sono le porte,
l’una che scende verso Borea è per gli uomini,
l’altra verso Noto, è per gli dèi; per di là non
entrano gli uomini, ché è la via degli immortali.»

Odissea, XIII, 102-112

Questi furono già oggetto di un più ampio studio da parte del neoplatonico Porfirio (III sec. d.C.), autore del De Antro Nympharum, col quale intese esprimersi circa le sue vedute sulla simbologia e sul significato di detti versi. Ora, che importa sono, nello specifico, quelli che si riferiscono alle due porte: quella verso Borea per gli uomini, e quella verso Noto per gli dèi. Vi è da portare l’attenzione su di una corrispondente visione in ambito sapienziale indù, dove la via dei padri, pitr-yâna, si oppone diametralmente a quella degli dèi, deva-yâna.

Dove ci conduce questo parallelo?

La via che, per direttissima, ci porta alla risposta, conclude nel constatare che, in àmbito tradizionale, nelle più grandi civiltà del passato si distingueva una immortalità, per così dire, «orizzontale», da una «verticale». Esse si presentano come due modi antitetici di intendere l’immortalità: la prima può esser concepita come un protrarsi nel tempo di un determinato sangue, il quale va ad ogni costo mantenuto in linea di purezza, esente da contaminazioni estranee; tale linea di sangue è comune ad una famiglia, nella quale gli avi tramandano sé stessi e le loro caratteristiche – fisiche quanto spirituali – alle future discendenze. Per tanto, una linea di sangue, un insieme di individui costituenti una famiglia, sarà immortale fintantoché tale sangue si rigeneri con le generazioni future, garantendo la possibilità agli antenati di nascere nuovamente all’interno della stessa famiglia. Per questo fu così importante, all’interno soprattutto delle più note famiglie imperiali e regali, e in secondo luogo anche di quelle aristocratiche e nobili più in genere, preoccuparsi di mantenere intatta, pura e senza soluzione di continuità la propria linea di sangue, eventualmente combinando matrimoni con famiglie di altrettanta levatura. Svincolata da sangue, tempo e materia umana è la seconda definizione di immortalità: qui il nome del gioco è svincolarsi dalla necessità (dal Κύκλος άνάγκης) ed uscire dal ciclo delle generazioni (Κύκλος τής γενέσεως), tramite un moto verticale dell’essere, il quale va a collocarsi al di sopra del mero fluire delle esistenze, delle nascite e delle morti. Eràclito ebbe a dire, che non ci si bagna due volte nello stesso fiume, evidenziando il carattere fluente come acqua che caratterizza l’incessante e quasi febbrile susseguirsi delle vite.

Di passata, si noti che al pitr-yâna è attribuita una direzione meridionale: è il Sentiero che conduce a Sud; di contro, il deva-yâna è chiamato anche uttarâyâna, letteralmente il Sentiero del Nord. Tale denominazione potrebbe indicare l’origine artica-polare della Sanatana-Dharma, la legge primordiale indù.

Anche questo sia tenuto in considerazione, che gli Antichi solevano distinguere il Divenire dall’Essere. Ogni definizione è superflua: nulla può essere reso in termini più elementari, ma si possono portare ulteriori esempi per conferire profondità a questo concetto cardine. Per esempio, gli elementi mitologici che fanno riferimento a quest’àmbito, vale a dire, alle due possibilità che si potrebbero presentare all’individuo a seguito della morte del corpo fisico, le quali a loro volta danno luogo a scenari diversi. Rimanendo in àmbito ellenico, apprendiamo che la maggior parte degli uomini, dopo la loro morte, incorre in una esistenza grigia, nebulosa, inconsistente: è la permanenza nell’Ade, regno infero delle ombre. Le molteplici descrizioni di questo ambiente sono giunte sino a noi anche in forma poetica grazie anche ad Omero, e per tanto si rimanda a quelle contenute nell’Iliade e nell’Odissea. Di contro, prendendo ad esempio il famoso Èracle, abbiamo un assurgere, tramite apoteòsi, o, come dicevano i Latini, tramite una mors triumphalis, ad una essenza suprema, divina ed olimpica. La leggenda di questo eroe ci racconta del suo elevarsi allo stato di divinità (che è letteralmente ciò che ‘apoteòsi’ significa), prendendo parte tra gli dèi nell’Olimpo, sede luminosa, elevata ed eccelsa idealmente localizzata oltre le cime dell’omonimo monte. Non dissimile è la visione nordica, la quale allo stesso modo oppone l’esistenza nel Niflheim, la «Terra delle Nebbie», a quella nel Valhalla, «la Sala degli Eroi», o anche in Ásgarðr, la «Terra degli Dèi», volendo fare un riferimento ad una realtà, metafisicamente parlando, più elevata, anch’essa legata al simbolismo delle vette montane. Di nuovo, abbiamo un’esistenza cupa, incerta, circondata da fitta nebbia, in opposizione ad un’esistenza eminentemente superiore, solare, celeste, in virtù della quale chi vi perviene non più si immergerà nel fiume eraclitèo del πάντα ῥεῖ, non più corromperà la propria essenza adamantina, quella scintilla del fuoco urànico primordiale, immischiandosi alla materia umana e legandosi nuovamente al fluire del Tempo. Chi arriva a tanto è uno «svincolato», uno «svegliato», intoccabile e indomabile dal giogo della Necessità e del Tempo: siamo nel regno del più puro Essere, ci siamo lasciati di sotto quello del Divenire. Siamo in piedi sulla cima del monte più alto: niente sopra di noi; sotto, lo scorrere mutevole e sinuoso delle nuvole.

L’Uomo sta all’Essere come la Donna sta al Divenire. Partiamo da questo assunto, valido per ogni civiltà tradizionalmente intesa, per introdurre una prospettiva utile al fine di inquadrare in termini superiori la natura stessa di una tale civiltà.

Una civiltà si distingue da un’altra sul piano materiale e su quello spirituale: organizzazioni politiche e sociali fanno parte del primo, culti ed espressioni religiose del secondo. Esse a loro volta sono intima espressione degli individui che la costituiscono, riflesso della loro natura intrinseca. Tuttavia, questa natura n o n  è  d i p e n d e n t e dall’individuo, sarebbe a dire che non è lui a «volerla» o a «determinarla», bensì un principio di ordine superiore che in costui p r e n d e  f o r m a. Per tanto, valendo quanto esposto finora, avremo delle civiltà e s p r e s s i o n e del principio dell’Essere e altre del principio del Divenire, rifacendoci ai due massimi termini. La costituzione organizzativo-politica delle prime è rappresentata dall’aristocrazia, dove i duci del governo sono gli ‘uomini migliori’, i quali informano su di un impianto virile (dal latino vir = uomo, in senso eminente) le forme e le strutture della società. Per quanto riguarda l’aspetto spirituale, – del quale religioni, filosofie, ètiche e morali non sono altro che derivazioni secondarie – la sua essenza è urànica (da Οὐρανός, il dio greco del ‘Cielo Stellato’, l’equivalente, in simbolo ed in etimo, al Várua indù) e solare. Nelle seconde, il governo è la ginecocrazia, dove è il ‘potere della donna’ che inquadra i termini dell’apparato sociale. La sua essenza spirituale è ctònica, da χθών ossia ‘terra’, in accordo con la natura recettiva della terra, per l’appunto. In opposto a quella solare, essa è lunare e notturna. Qui i due astri si prestano a simbolo: la spiritualità dell’Essere è centrale e sufficiente a sé stessa, chiara e salda, come il Sole è centro e luce del sistema a cui dà il nome; quella lunare è mutevole, chiara sì ma risplendente di una luce n o n  p r o p r i a, ed anche oscura, quando non illuminata dal Sole. Questo è anche uno dei motivi per cui gli Antichi definivano mondo sub-lunare il regno del Divenire, e mondo celeste o solare quello dell’Essere.

Un ultimo aspetto che qui merita la nostra considerazione, è relativo alle cerimonie funebri proprie dei tipi di società a cui si è sopra brevemente accennato. Il rito dell’inumazione avrebbe avuto vasta diffusione ed importanza in quelle società convenzionalmente definite ginecocràtiche. Ciò, perché l’approccio alla morte avviene da una prospettiva passivo-femminile: il grembo della donna, assimilandosi a quello eternamente fruttifero della terra, riaccoglie al suo interno le vite ormai esauste, riassorbendole internamente e facendo sì che lentamente gli ultimi resti umani si consumino e ritornino nel luogo in cui l’individuo si sentiva intimamente provenire: dall’umida terra. Viceversa, la prospettiva virile delle società aristocratiche intende, mediante il rito dell’arsione, disfarsi nella più nobile delle maniere del proprio ormai inutile gravame terrestre, comburendo in quel riflesso del fuoco urànico primordiale per farvi infine rapido ritorno, sulla scia delle fiamme che alte e maestose, dalla pira funeraria, si innalzano verso il cielo.

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Le Quattro Età

Uno dei punti in comune più importanti delle tradizioni è quello relativo alla dottrina delle quattro età. Essa concepisce il passato dell’uomo come un’epoca aurea, lo stato più elevato e più puro dell’Essere Assoluto, in cui la natura umana e quella divina erano tutt’uno. Oltre ciò, diversi aspetti ne caratterizzavano l’essenza, così come Ovidio ce ne tramanda il ricordo:

Per prima fiorì l’età dell’oro, che senza giustizieri
o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine.
Non v’era timore di pene, né incise nel bronzo
si leggevano minacce, o in ginocchio la gente temeva
i verdetti di un giudice, sicura e libera com’era.
Reciso dai suoi monti, nell’onda limpida il pino
ancora non s’era immerso per scoprire terre straniere
e i mortali non conoscevano lidi se non i propri.
Ancora non cingevano le città fossati scoscesi,
non v’erano trombe dritte, corni curvi di bronzo,
né elmi o spade: senza bisogno di eserciti,
la gente viveva tranquilla in braccio all’ozio.
Libera, non toccata dal rastrello, non solcata
dall’aratro, la terra produceva ogni cosa da sé
e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,
raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,
corniole, more nascoste tra le spine dei rovi
e ghiande cadute dall’albero arioso di Giove.
Era primavera eterna: con soffi tiepidi gli Zefiri
accarezzavano tranquilli i fiori nati senza seme,
e subito la terra non arata produceva frutti,
i campi inesausti biondeggiavano di spighe mature;
e fiumi di latte, fiumi di nettare scorrevano,
mentre dai lecci verdi stillava il miele dorato.

La Legge era connaturata alla vita dell’uomo, animato e sostenuto da un intimo codice d’eminente dignità e giustizia profonda, tale da non necessitare un’espressione scritta, né di ministri che ne salvaguardassero il retto funzionamento, né di esecutori che impartissero punizioni a fronte d’una sua trasgressione.
È la saggezza scandinava che ci tramanda un ulteriore ricordo di quest’epoca incorrotta. Nella 7° e 8° stanza della Völuspá si legge quanto segue:

Convennero gli Æsir
in Iðavǫllr,
loro che altari e templi
alti innalzarono;
focolari accesero,
crearono ricchezze,
tenaglie fabbricarono,
ingegnarono utensili.
Nel cortile giocavano a scacchi;
erano ricchi:
non sentivano affatto
mancanza d’oro.
[…]

Questi due esempi tratti dal mondo latino e da quello scandinavo bastino a darci un’idea sommaria ma precisa del Satya Yuga. Tale è difatti il nome che gli Indù attribuiscono all’Età dell’Oro. La denominazione di queste epoche può essere esposta di pari passo con la concezione che ne ha Esiodo e quella della tradizione indù: ad ogni èra si fa corrispondere un metallo la cui natura è più o meno nobile, proprio in relazione a ciò che caratterizza la natura delle varie ère. Partendo appunto dall’Età dell’Oro, o Satya Yuga (o anche Krita Yuga), si discende verso un’Età dell’Argento, o Treta Yuga, per poi arrivare all’Età del Bronzo, Dvapara Yuga, concludendo il percorso all’Età del Ferro, o Kali Yuga che, stando a questi insegnamenti tradizionali, sarebbe l’epoca in cui stiamo attualmente vivendo, possibilmente da alcuni millenni.

L’abbinamento coi metalli di per sé è sufficientemente esplicito, specie nella misura in cui si inquadri nella giusta ottica la visione anti-evoluzionistica propria di questi insegnamenti, i quali, se vedono proprio in quella definita come Età dell’Oro il momento più elevato, dignitoso e nobile sotto ogni punto di vista che l’uomo abbia mai raggiunto, con il progressivo adombramento di questa natura eletta e solare, pura e incorrotta, si avrebbe una discesa, una degenerazione, un progressivo declino proprio di queste virtuose qualità.

E dopo il Kali Yuga, che dovremmo aspettarci, la fine del mondo?

La risposta giace sempre tra le fonti di cui ci siamo avvalsi finora. Gli ultimi tempi dell’Età del Lupo – ci spostiamo nuovamente in Scandinavia – sarebbero caratterizzati da profondo tumulto, violenti sconvolgimenti e rivoluzioni. Sono sempre della Völuspá le seguenti parole:

45.
I fratelli si aggrediranno
e alla morte giungeranno,
tradiranno i cugini
i vincoli di stirpe,
prova dura per gli uomini,
immane l’adulterio.
Tempo di asce, tempo di spade
s’infrangeranno scudi,
tempo di venti, tempo di lupi,
prima che il mondo crolli.
Neppure un uomo
un altro ne risparmierà.

È interessante notare come questa stanza richiami da lontano ciò che Esiodo scrive ne Le Opere e i Giorni, vv. 182-184:

Né stretti i figli col padre, né il padre coi figli sarà: l’ospite all’ospite avverso, l’amico all’amico; né, come un giorno, amici saranno fra loro i fratelli.

Ritornando al Nord, le seguenti stanze del medesimo poema si presentano come preludio ad un evento catastrofico: il Ragnarök. Termine da analizzare in quanto non compare solo in questa forma, che, scomposta in ragna-, gen. pl. di regin, “poteri regnanti”, “dèi”, e –rök, “fato”, “destino”, si potrebbe rendere come “il destino degli dèi”. L’altra forma è Ragnarøkkr, di cui –røkkr sta per “tramonto”, “oscuramento”, rendendo il termine nella ben nota accezione di “tramonto degli dèi”. È nella 44° stanza che la profetessa sembra parlarci quasi in prima persona:

Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.

Inoltre:

40.
[…]
Verrà fra tutti loro
l’unico e solo
divoratore della luna
in aspetto di troll.

41.
[…]
Si oscura la luce del Sole
nelle estati venture:
il tempo minaccia.

52.
[…]
Il cielo si schianta.

Questi riferimenti al cielo, al Sole ed alla Luna non sono privi di fondamento in quanto il cielo soprattutto è da tutte le tradizioni visto come la sede di questi dèi, e Sole e Luna, oltreché ad altri pianeti, ne rappresenterebbero ulteriori aspetti. Il collegamento tra il crollo del cielo e il fato degli dèi si completa quasi da sé. Specialmente in riferimento al Sole, al quale ci si riferisce come ad una natura femminile nella società scandinava dell’epoca, è significativa la 47° stanza del Vafþrúðnismál, in cui si dice che:

Una sola figlia
genera Álfröðull,
prima che Fenrir la divori.
Cavalcherà
quando i potenti morranno,
i sentieri della madre, la fanciulla.

Il Sole verrà ingoiato dal lupo Fenrir, ma poco prima ne nascerà un altro che seguirà il medesimo corso (dalla prospettiva terrestre) del precedente: la fanciulla che cavalcherà i sentieri della madre, appunto. Considerante, in queste ultime stanze, il riferimento al Ragnarøkkr come oscuramento del divino in relazione all’attenuarsi, all’oscurarsi ed infine al perire della natura spirituale eminentemente solare ed uranica che caratterizzava l’età della verità, l’Età dell’Oro.

La Völuspá si conclude con la distruzione dei vecchi poteri, ossia i vecchi dèi, i quali saranno vendicati da una nuova razza divina, i loro figli, coloro che costituiranno le fondamenta di una nuova umanità, ritornata dopo questa battaglia finale degna di un poema epico ad una nuova Età dell’Oro. È infatti in Iðavöllr, la verde piana in cui si raduneranno al termine dello scontro, che ritroveranno le “gullnar töflur“, ossia le tavolette dorate con le quali i loro padri giocavano a scacchi nella precedente epoca aurea, e le “Fimbultýs fornar rúnar“, le antiche rune del Grande Týr (il supremo dio celeste della legge primordiale), proprio a sottolineare che nella nuova Età dell’Oro la nuova umanità sorta dai tumulti dell’èra ultima si riapproprierà della tradizione aurea primordiale dei propri antenati. Essi vivranno e regneranno in Gimlé, “una corte più bella del Sole, d’oro ricoperta”.

Sebbene Esiodo non faccia riferimento all’avvento di una razza che ristabilirà una nuova Età dell’Oro, pure colloca un’ èra degli eroi tra quella del bronzo e la nostra. Di diverso avviso è il nostro Virgilio che, nella IV bucolica, si esprime con questi versi:

Ormai è venuta l’età ultima della profezia cumana;
nasce dall’inizio una grande serie di generazioni.
Ormai ritorna anche la Vergine, ritornano i regni di Saturno,
ormai una nuova generazione viene giù dall’alto cielo.
O casta Lucina, sii ora favorevole al bambino che nasce,
con il quale innanzitutto cesserà la stirpe di ferro
e sorgerà in tutto il mondo la stirpe aurea:
ormai regna il tuo Apollo.
[…]
Egli riceverà la vita degli dèi e vedrà gli
eroi mescolati agli dei e lui stesso sarà con quelli
e governerà il mondo pacificato con le virtù patrie.

Giocate un po’ ad aguzza la vista, e troverete un’esatta corrispondenza con quanto citato nella Völuspá: i riferimenti compaiono tutti e sono pressoché delle corrispondenze dirette. Ma dove ci eravamo lasciati con la tradizione Indù, o meglio, con la Sanatana Dharma? Già, ai quattro yuga. Ebbene, facendo riferimento alla tradizione più vicina a quella primordiale, concludiamo citiando due brani tratti rispettivamente dal Vishnu Purana e dal Bhagavata Purana, in cui si sviluppa la visione della fine del Kali Yuga e di ciò che ne seguirà:

Quando le pratiche insegnate nei Veda e le istituzioni della legge saranno quasi cessate, e la fine del Kali Yuga sarà vicina, una porzione di quell’essere divino che esiste della sua natura spirituale, e che è l’inizio e la fine, e che comprende tutte le cose, discenderà sulla terra. Egli nascerà nella famiglia di Vishnuyasha, un eminente brahmano del villaggio di Shambala, come Kalki, dotato di otto facoltà sovrumane, quando gli otto soli splenderanno insieme su nel cielo. Con la sua irresistibile potenza egli distruggerà tutti i mlecca e i ladri, e tutti quelli le cui menti sono devote all’iniquità. Egli ristabilirà la giustizia sulla terra, e le menti di coloro i quali vivono alla fine del Kali Yuga saranno svegliate, e saranno limpide come cristallo. Gli uomini che perciò sono cambiati in virtù di quel peculiare periodo saranno come i semi di una nuova umanità, e daranno alla luce una razza che seguirà le leggi del Krita Yuga o Satya Yuga, l’età della purezza. Così è detto, che quando il Sole e la Luna, e l’asterismo lunare Tishya, e il pianeta Giove si troveranno in un’unica dimora, il Krita Yuga farà ritorno.

***

Alla fine del Kali Yuga, quando più non esisteranno argomenti sul soggetto di Dio, anche alle residenze dei cosi detti santi e rispettabili gentiluomini, e quando il potere del governo sarà trasferito nelle mani dei ministri eletti dagli uomini malvagi, e quando nulla più si saprà della tecnica del sacrificio, nemmeno a parole, a quel tempo il Signore farà la sua comparsa come il supremo castigatore. L’antico principe, il Signore Kalki, il Signore dell’Universo, cavalcherà il suo rapido cavallo bianco Devadatta e, spada in pugno, viaggerà per la Terra esibendo le sue otto mistiche opulenze e otto speciali qualità divine. Facendo mostra della sua in comparata rifulgenza e cavalcando a gran velocità, ucciderà quei ladri che a milioni hanno osato vestirsi come dei re.

L’Ardire Di Prometeo

Il mito di Prometeo è un chiaro esempio del carattere aristocratico, nobile, élitario ed anti-democratico proprio dell’antica Ellade, il cui ricordo riecheggia in racconti in cui il supremo principio olimpico della virilità spirituale propria non che a pochissimi si staglia crudo, schietto,  eminentemente superiore e supremamente dignitoso di contro alle bassezze ed alla grossolanità della massa volgare costituita dai più. Come un fiore di loto che crescesse da un mucchio di letame, usando una metafora del lontano Oriente. Sei figlio di titano, Prometeo. Nella tua natura v’è quella dei tuoi padri. Per Esiodo, prima degli olimpi vi erano i titani (Προτεροι Θεοί, «antichi dèi»), e racconta di come le due schiere si fecero guerra nella famosa titanomachia. Il tentativo sovversivo dei titani non sortì effetto, e questi vennero incatenati nel buio Tàrtaro. Un’indole ribelle avente a disposizione una forza smisurata, ma cieca e bruta, seppur tale da costituir minaccia per l’ordine olimpico.

Intorno alla figura di Prometeo, già a partire dal primo Illuminismo, si modellò il simbolo proprio allo spirito di questa corrente :  il «lume della ragione» che doveva dissipare l’oscurantismo proprio alla irrazionale ignoranza misticheggiante dell’Europa del XVIII secolo, incarnato nel Προμηθεύς Πυρφόρος, il Prometeo piròforo, «portatore di fuoco», per certi versi sovrapposto alla figura di Lucifero. L’incarnazione della ribellione cieca, della sfida ad un’autorità non più riconosciuta, al dogma. A tutto ciò, può ben attribuirsi l’aggettivo di «titanico». Non c’è poi tanto da meravigliarsi nel considerare il fascino magnetico che questa figura esercita sulla maggior parte delle persone poiché, come a breve vedremo, il racconto di Prometeo si riferisce all’impossibilità oggettiva di superare i limiti posti dalla propria natura intrinseca, sia fisica che spirituale, e alle conseguenze che quest’atto comporterebbe. Ed è idea alquanto moderna, umanistica e democratica, quella della libertà personale propria a chiunque di poter fare «qualsiasi cosa si voglia», concezione quanto mai tipica della più decadente umanità le cui radici affondano tanto in profondità nel tempo quanto basti ad arrivare al carattere socialistico, comunitario e sentimentalistico del Cristianesimo, alla base del quale sta la concezione della fondamentale uguaglianza fra gli uomini.

Il mito racconta che Prometeo era tenuto in alta stima da Zeus, il sommo dio, al punto che questi gli conferì il compito di creare l’uomo. Modellata dall’umile terra, alla nuova creatura fu conferita la fiamma di vita. Venne il momento di attribuire ad essa le qualità positive, ma di queste il fratello del titano, Epimeteo, fece un cattivo uso, sprecandole con gli animali. Segue l’episodio del banchetto tra uomini e dèi : un bue venne sacrificato per l’occasione, e Prometeo furbescamente, avendo più a cuore le sue creature che il rispetto per il sovrano olimpico, ingannò Zeus al momento in cui gli presentò le due parti da scegliere : una era la carne, e l’altra il grasso. Scelta la seconda, Zeus si accorse che il grasso abilmente mascherava le ossa dell’animale ucciso, ricevendone grande offesa. Come punizione, il dio tolse per sempre il fuoco agli uomini, condannandoli ancor più a vivere in miseria come bestie. Sempre più preoccupato per il destino degli uomini, Prometeo di nascosto entrò nelle dimore olimpiche e, con una torcia, rubò il fuoco divino – o dal carro di Helios, o dalla fucina d’Efesto, a seconda della fonte – riportandolo sulla terra. Zeus in cuor suo covava un piano di vendetta : inviò sulla terra Pandora, la prima donna, la quale venne in un primo momento accolta da Epimeteo il quale, tuttavia, memore del consiglio fraterno di non accettare alcun regalo proveniente da Zeus, la rifiutò. Adirato ulteriormente da questo duplice affronto, il re degli olimpi punì sia Prometeo, incatenandolo ad un monte, martoriandolo con un’aquila che ogni giorno gli divorava il fegato, sia l’umanità intera : infatti Pandora accidentalmente aprì il vaso contenente le qualità negative dato dagli dèi, diffondendole per il mondo e condannando gli uomini a soffrirne. Infine, la tragedia di Eschilio ci racconta di come Eracle, il più caro agli Olimpi, liberò il titano dalla sua sofferenza uccidendo l’aquila e spezzando le catene. Fin qui, il mito.

Possiamo sottolineare in questo caso che il detto «chi gioca col fuoco, prima o poi si scotta» qui assume un valore decisamente non banale né tantomeno moraleggiante. Il fuoco trafugato dalle dimore olimpiche è il simbolo della sacra divinità primordiale di cui Prometeo vuole appropriarsi sebbene non abbia le qualità, fisiche e spirituali, per poterlo fare senza subirne gravi conseguenze. Esso rappresenta l’essenza olimpica più pura e adamantina, il fuoco servendo solo come mero strumento e sostegno alla comprensione umana per potersi figurare uno stato supremo, trascendente dell’essere che, per sua natura, non può essere che limitato ad un esiguo numero di individui, nominalmente la casta sacerdotale e guerriera delle varie società tradizionali. Ciò che compie Prometeo non sarebbe che il tentativo di appropriarsi di una natura superiore dalla quale, non avendo i requisiti necessari per poterla «sopportare», si può solo essere sopraffatti. A ritrarre questo momento, entra in gioco la «punizione». Incatenato ad una roccia, il titano subisce il supplizio dell’aquila – per eccellenza simbolo di Zeus insieme alla folgore – la quale, ogni giorno, gli rode il fegato, noto per essere la sede fisica dell’ardimento e del coraggio. Di chi è audace si dice infatti «che ha fegato». Ma qui tutta l’audacia ed il coraggio di cui si può disporre non sono sufficienti se a far da sostrato all’individuo non vi è una rara e predisposta natura nobile, aristocratica, superiore, eminentemente dignitosa, in questo caso : olimpica. Ed è proprio dal favorito degli Olimpi che Prometeo viene liberato, a rimarcare che un tale stato trascendente dell’essere può essere raggiunto solo da chi può farlo tenendogli testa, in un atteggiamento attivo, senza esserne sovrastato e spazzato via. All’occasione, ricordiamo il mito di Fetonte, anch’egli titano il quale, per provare la sua ascendenza come tale, prese a guidare il cocchio del padre (Helios, il Sole) ma, imbizzarriti i cavalli, precipitò troppo vicino alla terra, bruciandone una parte; affinché il danno fosse limitato, Zeus fermò lo sciagurato scagliandogli una folgore.

Il mito in questione ci testimonia inoltre dell’incorruttibilità del principio della religione olimpica non ancora contaminata da manie e patetismi asiatici. Contraria ad ogni egualitarismo, rifuggente ogni moto passionale, scevra da ogni irrazionalità, esaltatrice del nobile, del puro, dell’elevato, inflessibilmente e immancabilmente schianta al suolo chi ha la sfacciataggine di profanare la sacralità del suo templio. Il destino di Prometeo attende inesorabilmente chiunque voglia fronteggiare le svettanti altezze pur soffrendo di vertigini.

Giasone e il Sole di Mezzanotte — Parte III

Continua da parte II.

Quali furono, per l’appunto, le conseguenze sul piano spirituale dovute alla migrazione di queste genti da una sede primordiale Iperborea (per usare il termine greco, essendo Borea il nome da loro dato al vento del Nord, e il prefisso iper- stando ad indicare qualcosa che sta sopra, oltre) ad una più meridionale, comunemente definita Nordico-Atlantica? Se consideriamo valida questa teoria di uno spostamento da un centro polare originario ad una sede decentrata che, tuttavia, mantenne elementi ben marcati della spiritualità primaria, allora è possibile accostarsi all’analisi dei simboli che ci restano da trattare avendo in arsenale alcuni nuovi strumenti utili. Non ci saranno risposte definitive, ma possibilmente una maggior chiarezza. Il primo punto da mettere in evidenza è quello dell’importanza del Sole e del Polo (o centro) tipico della tradizione iperborea. Abbiamo già visto come il centro, essendo l’unico punto immobile di un cerchio in rotazione, a differenza appunto dalla sua periferia mutevole e in movimento, rappresenta per eccellenza il punto stabile, il punto fisso e, su un piano spirituale, rappresenta la cosiddetta fermezza del saggio, per dirla con Seneca. Il centro, il polo, hanno riferimento con il Sole poiché questo è al centro del sistema solare, e attorno a lui ruotano tutti i pianeti. Un secondo punto da mettere in evidenza riguarda invece i quattro momenti cruciali che dividono l’anno solare, ossia i due solstizi e i due equinozi. Per la spiritualità iperborea, il momento di maggior importanza era costituito dal punto in cui il Sole, al termine del suo percorso discendente, pare scomparire al di sotto della linea immaginaria dell’equatore celeste, per poi risorgere al di sopra di esso nella data del solstizio invernale. Tale ricorrenza era chiamata dai Romani Dies Natalis Solis Invicti, ossia il giorno del natale del Sole Invitto, ma possiamo riscontrare un atteggiamento simile anche in altre tradizioni in cui si è mantenuta più viva la vena iperborea la quale attribuiva una maggiore importanza al momento solstiziale. Qui il simbolismo è sufficientemente chiaro da parlare da sè. In un secondo momento alla preminenza del solstizio invernale si sarebbe sovrapposta quella dell’equinozio primaverile, momento in cui la linea dell’equatore celeste incrocia in maniera ascendente quella dell’eclittica. Tutto questo discorso non avrebbe una chiave di lettura se non si tenesse conto del simbolismo zodiacale e di un fenomeno chiamato precessione degli equinozi. Ciò che oggi avviene nel segno del Sagittario (ossia il solstizio invernale) a causa di tale movimento dovuto al moto di precessione dell’asse terrestre, 2100 anni fa si svolgeva nel segno del Capricorno, e ciò che oggi avviene nel segno dei Pesci (equinozio primaverile) 2100 anni fa si svolgeva nel segno dell’Ariete.

Come possiamo mettere in relazione queste considerazioni con l’epopea degli Argonauti? Abbiamo considerato che in due momenti più importati dal punto di vista simbolico, in vista di una ascesi, di un movimento verticale, sono rappresentati dal solstizio invernale, in un primo momento, e dall’equinozio primaverile in un secondo. Se leggiamo con questa chiave di lettura la vicenda della dominazione del toro e della conquista del vello d’oro dell’ariete, possiamo comprendere il loro ruolo in questa vicenda, nonché il loro accostamento al simbolismo solare, esplicitato anche dall’autore stesso, in riferimento al toro, quando ce li descrive come spiranti vampate di fuoco (III, v. 1290), ed in riferimento al vello d’ariete, proprio per la sua natura aurea, essendo l’oro un palese rimando al Sole. Volendo giocare coi numeri, potremmo arrivare a dire che, nel segno dell’Ariete, il solstizio invernale si svolse in un periodo compreso tra l’8000 a.C. e il 6000 a.C, mentre l’equinozio di primavera tra lo 0 e il 100 a.C., mentre gli stessi momenti, nel segno del Toro, sarebbero caduti il primo tra il 10000 a.C. e l’8000 a.C., il secondo tra il 2000 a.C. e l’anno 0, ma ciò si limiterebbe solo a darci un’ idea indicativa che potremmo utilizzare per datare la presunta antichità delle tradizioni riprese nelle Argonautiche. Vale invece la pena concentrarsi sul significato spirituale di ascesi che rappresenta il cardine di questo poema epico.

Arriviamo quindi al momento cruciale, quando cioè Giasone, domati i due tori e sbarazzatosi dei Terrigeni, va sull’isola di Ares accompagnato da Medea. Su quest’isola vi è appunto la quercia alla quale il vello è appeso, custodito dal serpente senza sonno. E’ importante notare come viene esplicitato che tale impresa deve essere compiuta di notte, per eludere Re Eeta (IV, vv. 101, 102), andando ciò a ricalcare la valenza del simbolismo del Sole di mezzanotte. E’ Medea stessa che dice a Giasone che gli consegnerà il vello d’oro, ammaliando il serpente (IV, vv. 86, 87). Ed è proprio ciò che avviene : coi suoi incantesimi e coi suoi filtri, Medea riesce a neutralizzare il serpente custode addormentandolo. Qui basti notare come anche il serpente afferisca al più vasto simbolismo femminile delle acque, della transitorietà, della passionalità e dell’instabilità : per tal motivo l’averne a che fare è competenza di Medea. Giasone così, grazie all’aiuto della compagna, stacca il vello d’oro dalla quercia e, “per riflesso della lana, un rossore simile a fiamma si posava sulle sue guance bionde e sulla fronte.” (IV, vv. 162, 163). Qui abbiamo ulteriori rimandi alla natura solare del vello, come in IV, vv. 177 e 178 : “E mentre Giasone avanzava, la terra ad ogni passo gettava bagliori davanti ai suoi piedi.” e nel v. 185 : “Il grande vello, che splendeva come un fulmine di Zeus.“. A coronamento di questa parte dell’impresa, Giasone afferma che sposerà Medea (IV, v. 194). L’avventura si conclude con il ritorno in patria degli Argonauti e il termine delle loro fatiche, i quali riescono a sbarcare sull’isola di Creta per intercessione di Apollo, in quest’occasione chiamato Splendente, il quale col suo arco squarcia le tenebre che li avvolgono in pieno mare durante il ritorno, segnalandogli un approdo sicuro.

Concludendo, possiamo dire che all’interno delle Argonautiche ci sono moltissimi altri riferimenti a quella che abbiamo chiamato tradizione iperborea, riferimenti che comunque ho giudicato, per lo scopo di queste tre puntate, di secondo piano rispetto alla vena centrale del poema e, a volerli elencare tutti, si finirebbe fuori dalla cornice della presente trattazione. Qui non c’è spazio per qualsivoglia morale da favola o per i sentimentalismi spiccioli di una storia d’amore nata da un’avventura : il poema di Apollonio Rodio va ben oltre alle più comuni e scontate interpretazioni e nel suo linguaggio simbolico fa riferimento ad un processo di ascesi ed elevazione che credo di aver almeno in parte delineato con quanto detto finora. Giasone, domando i tori, uccidendo i terrigeni e conquistando il vello d’oro si riappropria della sua natura superiore, solare, uranica, riconquista la sua centralità spirituale ed unendosi a Medea, ripristina l’unità primordiale dell’androgine come essere completo.

Giasone e il Sole di Mezzanotte — Parte II

Continua da parte I.

L’ultima volta ci eravamo lasciati con una domanda : non è strano trovare il Sole nel cupo regno dei morti? Per trovare una risposta a questo quesito dobbiamo sempre rifarci al simbolismo della tradizione in oggetto e del significato spirituale a cui esso sottende. Ciò però non basta, in quanto tale simbolismo non è una sterile immagine che pur può rappresentare un che di trascendente. C’è una diretta corrispondenza tra il Sole di mezzanotte come puro fenomeno fisico e la sua controparte metafisica. Si può dire che il significato del simbolo, espresso anche nella realtà materiale percepibile ai sensi fisici, costituisca per l’individuo una sorta di trampolino per raggiungere quella mèta che più volte qui è stata chiamata col nome di autotrascendimento, l’azione anagogica cui si faceva riferimento la volta scorsa. In un’espressione : il superare sè stessi. Chiudendo la parentesi, il simbolo serve come supporto al conseguimento di uno stato più alto, più nobile. E’ più facile, alla luce di ciò, darsi una spiegazione di questo episodio mitologico : Giasone e i suoi compagni, nel viaggio nell’Ade, incontrano Apollo, così come l’iniziato, nel processo autoconoscitivo delle zone ignote (simbolicamente buie, invisibili) del suo essere, incontra l’essenza divina che lo accomuna agli dèi, quel principio uranico di pura luce solare, quell’essenza adamantina incastonata nei recessi più intimi del suo essere col quale andrà ad identificarsi. Avremo modo di completare ulteriormente questo punto quando parleremo più propriamente della conquista del vello d’oro in sè.

Ora concentriamoci su uno dei consigli, forse il più importante, che Fineo il profeta dà agli Argonauti circa il felice compimento dell’avventura, egli dice infatti : “Cercate l’aiuto smaliziato di Cipride, poiché in lei sta il compimento glorioso di tutta l’impresa.” (II, vv. 424, 425). Cipride è uno degli epiteti di Venere, la dea dell’amore. Come potrebbe una dea, spesso estranea alle faccende eroiche di questo tipo, aiutare gli Argonauti? Cosa vuole suggerire Fineo? Ebbene, qui è necessaria una piccola digressione circa un mito molto conosciuto, ossia quello dell’androgine, così come lo racconta Platone nel suo Simposio. L’androgine (ἀνδρόγυνος, da ἀνδρός, genitivo di ἀνήρ “uomo”, e γυνή “donna”) è presentato dal filosofo citato come lo stato primordiale antecedente alla separazione dei sessi in maschile e femminile. Un’etimologia vuole che il termine sesso derivi proprio da “scisso”, “diviso”, proprio in relazione ad una separazione di un’unità originaria rappresentata dall’androgine. Cercare di ripristinare questa unità infranta sarebbe, per Platone, la causa più nobile, più alta, che spingerebbe uomo ed donna ad unirsi, ricercando nell’amplesso un barlume di quello stato di integrità ancestrale divina. Per ritrovare la divinità dormiente in lui, per conquistare quindi il vello d’oro, Giasone non può assolutamente prescindere dall’aiuto di Medea, la quale si innamora dell’eroe grazie ad un intervento di Eros spronato da Venere stessa.

Arriviamo così al punto in cui Giasone si reca al palazzo di Re Eeta per cercare di parlamentare la consegna del vello. Questi, infuriato per l’insolenza dell’eroe, decide di sottoporlo ad una prova, certo che non riuscirà mai a superarla. Queste le parole del Re : “Pascolano nella piana di Ares due miei tori : hanno piedi di bronzo, e dalla bocca soffiano fuoco; io li aggiogo e li porto al duro maggese di Ares, in un campo di quattro iugeri. Alacremente fendo la terra con l’aratro fino al vivagno, ma non getto nei solchi il seme del grano di Demetra, bensì i denti di un drago terribile, che germogliano in forma di guerrieri : essi m’assaltano tutt’intorno, ma io li falcio e uccido con la mia lancia. Di primo mattino attacco i buoi, e al crepuscolo termino la mietitura. Se allo stesso modo tu farai tutto questo, in quel medesimo giorno porterai il vello al tuo re. Ma non sperare di averlo da me : sarebbe ignobile, se un valoroso cedesse a chi è meno forte di lui.” (III, vv. 409-421). Dopo un attimo di scoramento, in cui Giasone confessa a Medea di non poter superare la prova senza il suo aiuto (III, vv. 988, 989), questa rivela all’eroe che, grazie ad un magico filtro da lei preparato, essendo esperta di arti magiche, riuscirà a superare la prova imposta dal crudele sovrano.

La scena si sposta quindi nella piana di Ares. Qui Re Eeta in armatura, con tanto di carro ed auriga, osserva Giasone cimentarsi nella prova, inconsapevole dell’aiuto prestato dalla figlia all’eroe. Costui, dopo aver seguito scrupolosamente i consigli di Medea circa il sacrificio ad Ecate e l’essersi cosparso su tutto il corpo il filtro magico, così come sulle armi e sullo scudo, è pronto per aggiogare i due tori. Giasione, “nudo, con la spada legata alla spalla, era simile ad Ares e insieme ad Apollo, il dio dalla spada d’oro.” (III, vv. 1282, 1283), si trova di fronte alla carica dei due terribili tori : “tremarono gli eroi nel vederli, ma Giasone, saldo sulle gambe, attese l’assalto come lo scoglio nel mare attende le onde sollevate da tempeste senza fine.” (III, vv. 1293-1295). Avendoli aggiogati, ara la piana e semina dietro di sè i denti del drago, dai quali spuntano dei guerrieri armati chiamati Terrigeni, ossia generati dalla terra. Giasone segue il consiglio di Medea e, anziché affrontarli con le armi, lancia nella loro mischia una pietra attorno alla quale essi cominciano ad azzuffarsi, uccidendosi a vicenda.

Concludiamo questa seconda parte accennando al significato di queste ultime vicende. Stando all’etimologia del loro nome, possiamo dire un paio di cose circa i Terrigeni che vogliono attaccare Giasone. Senza perdere di vista il moto verticale verso l’alto che l’iniziazione deve stimolare e produrre, si potrebbe avanzare l’ipotesi che i nati dalla terra rappresentino le ultime passioni di cui il nostro eroe si deve liberare prima di giungere alla conquista vera e propria del vello. Il fatto che vengano chiamati “nati dalla terra”, in questo contesto, è molto significativo : in opposizione a quanto di uranico, celeste, solare e per estensione, nobile, aristocratico, spirituale ed elevato vi è nell’uomo, troviamo gli elementi prettamente terrestri, quindi materiali e trascinanti verso il basso, elementi passionali ed emozionali caratterizzati da instabilità, volubilità, inaffidabilità e transitorietà che lo vincolano nella sua condizione di homo, termine fatto derivare da humus, cioè terra, di cui egli si deve liberare per potersi definire vir, cioè uomo in senso eminente, superiore. Cosa dire poi del simbolismo della dominazione del toro? Questo gesto lo riscontriamo in numerosi altri racconti mitologici, specialmente nell’episodio di Mithra che uccide il toro e quello di Romolo che, aggiogati dei tori, scava un solco a delimitare i confini della città che andrà a fondare e alla quale darà il nome. Per comprendere meglio questo simbolismo, così come quello del vello d’oro, sarà necessario aggiungere qualche informazione circa lo spostamento da Nord a Sud di quelle genti conquistatrici di cui si è parlato all’inizio e le conseguenze che tale migrazione ebbero sul piano spirituale…

Giasone e il Sole di Mezzanotte — Parte I

Scopo di questo videoarticolo non è tanto ripercorrere virtualmente le tappe del viaggio degli Argonauti, quanto mettere in risalto degli elementi che appartengono ad una tradizione molto antica le cui radici affondano in quella che Esiodo chiama l’Età dell’Oro. Questa tradizione, proprio per le sue caratteristiche, possiamo chiamarla Iperborea. Questo perché gli elementi costituenti rimandano ad un ciclo di civiltà molto antiche, che nel caso specifico dei Greci potremmo chiamare coi nomi di Dorii e Achei, di cui anche nella storiografia si ha menzione in riferimento alle invasioni di genti venute dal Nord, popoli guerrieri e conquistatori che si sovrapposero alla precedente civiltà pelasgica.

Su un piano parallelo, ma non meno importante, vi è l’intento di spiegare come il percorso di Giasone sia di tipo iniziatico, espresso nei termini e nei simboli della tradizione occidentale.

Se potessimo ridurre all’osso l’intera vicenda eroica, sfrondandola dei numerosi episodi di minor importanza, potremmo riassumerla così :

L’ordine di Re Pelia obbliga Giasone a navigare fino alla terra dei Colchi governata da Re Eeta, figlio del Sole. Da esso, il nostro protagonista dovrà ottenere, con le buone o con le cattive, il magico vello d’oro che si trova sull’isola di Ares, attaccato ad una quercia attorno alla quale sta attorcigliato un serpente che mai dorme, e che fa da guardia al vello. Prima di tutto, per raggiungere la sua meta, Giasone deve attraversare le Simplegadi, le rocce erranti che si trovano in mezzo al mare e che costituiscono l’ingresso al regno dei morti, come viene esplicitamente profetato a Giasone dal saggio Fineo. Sempre quest’ultimo incoraggia i viaggiatori a cercare l’aiuto di Cipride (Venere), poiché da lei dipende l’esito dell’impresa. Tale aiuto viene fornito nella persona di Medea, figlia di Eeta, la quale, fatta innamorare di Giasone per intercessione di Era ed Atena, lo aiuta prima nella prova dei due tori sputafuoco imposta dal Re dei Colchi, e in un secondo momento lo accompagna sull’isola di Ares e, addormentato il serpente con i suoi incantesimi, permette a Giasone di staccare il vello dalla quercia e portarlo con sè. Alla fine della vicenda, i due si sposeranno.

Come ricondurre tutto ciò su un piano di iniziazione? Sarà forse necessario spendere un paio di parole circa l’iniziazione e il suo significato, che può essere meglio compreso qualora si faccia riferimento al termine palingenesi (“generato di nuovo”, da πάλιν, “di nuovo” e γένεσις, “nascita”, “creazione”). Si può vedere che iniziazione e palingenesi sono quasi sinonimi : in entrambi si esprime il concetto del cominciare, ma nel secondo l’accento è più spostato sulla nascita che non è quella del corpo fisico di cui ogni essere umano, uscito dal ventre materno, è dotato, quanto più di un altro tipo di corpo che permette un altro tipo di percezione che, a differenza del precedente, non è fisica ma metafisica.

Lo scopo dell’iniziazione è quello di mutare la natura profonda dell’individuo, affinché la sua coscienza e il suo modo di percepire si elevino ad un piano ontologico superiore : si tratta di creare una super-coscienza, la quale permette al “nato per la seconda volta” di aprirsi alle vie superiori dell’esistenza. Un processo anagogico quindi, cioè che conduce verso l’alto, che permette una reintegrazione nello stato primordiale dell’essere, di cui spesso si ha una nostalgica eco all’interno dei vari racconti mitologici.

Stabiliti gli intenti e chiarite le premesse, possiamo addentrarci nei dettagli più interessanti.

Il viaggio raduna il fiore della nobiltà ellenica : prìncipi accorrono dalle migliori famiglie per aiutare l’eroe nell’impresa. Perfino Eracle vi prende parte. Così come in altri famosi poemi epici della tradizione greca, l’accento sulla nobiltà e l’eroismo guerriero dei protagonisti viene quanto mai marcato.

Come ad ogni impresa che si rispetti, anche questa non può aver inizio senza i dovuti riti propiziatori. Due tori vengono sacrificati ad Apollo Iperboreo. Uno di essi con un’arma sacra chiamata labrys, l’ascia bipenne.

Un altro caro tema dell’epica tradizionale greca ricorre anche nel nostro racconto : quello del viaggio per mare. La nave sulla quale salperanno i nostri eroi è speciale, divina. La trave mediana della chiglia proviene dalla quercia di Dodona, sacra a Zeus, e l’intero processo di costruzione, opera di Argo, è stato presidiato da Atena.

La navigazione in sè, l’affrontare il mare è un tema eroico. Le acque hanno sempre simboleggiato ciò che di instabile, di passeggero, di fluente, di passionale, di transitorio c’è nella vita. Le acque nella tradizione sono un simbolo prettamente femminile, al contrario della stabilità solare imperitura ed immota, olimpica qui è un aggettivo quanto mai azzeccato, qualità sotto il segno maschile. Ecco quindi che già prima dell’inizio del viaggio si va a delineare quello che è il carattere eroico, guerriero e nobile dell’impresa. L’affrontare il mare aperto significa superare ciò che di instabile, passionale, che va e che viene c’è in sè stessi, avventura pericolosa ma necessaria vista come un autotrascendimento, un superamento di ciò che non può dare appoggio, per ancorarsi alla radice di ciò che, spiritualmente, dà solidità, sicurezza, adamantina centralità. E’ uno spostarsi dalla periferia caotica al centro saldo ed immutabile del proprio essere, è il conseguimento della virilità spirituale.

Altro motivo ricorrente e che anche qui incontriamo è l’ingresso dell’eroe nel mondo dei morti. Precisiamo che tale viaggio non avviene come dovrebbe naturalmente avvenire, ossia con la morte, ma mentre si è ancora vivi e vegeti. Se mettiamo in parallelo il regno dei morti con la parte più oscura, interna ed ingota del nostro essere, capiamo che il viaggio di Giasone rappresenta il viaggio iniziatico di chi vuole e deve conoscere sè stesso, per dirla con la famosa massima incisa nel tempio di Apollo delfico, al fine di autotrascendersi. I viaggi nell’aldilà compiuti dai personaggi delle varie narrazioni mitologiche, quando questi sono ancora in vita, si riferiscono appunto all’individuo che sa mantenersi attivo, desto e vigile anche quando la sua coscienza si sposta da un piano materiale ad uno non materiale, quando cioè è in grado di mantenersi tale senza l’abitudinario supporto del corpo fisico. Nel nostro racconto si fa espressamente menzione di come tale prova sia la più ardua di tutta l’impresa. Giasone stesso infatti ha da dire : “Ma ora che abbiamo superato le rocce Plegadi, penso che mai più in futuro affronteremo una prova tanto spaventosa” (I, vv. 644-646). Una volta oltrepassate queste rocce, non senza l’aiuto di Atena, l’autore afferma che gli Argonauti “potevano ben dire d’essere scampati alla morte.” (I, vv. 609,610). Come segno propizio della buona riuscita di questa parte dell’impresa, i nostri eroi incontrano Apollo, il quale si stava recando “a visitare l’immenso popolo degli Iperborei” (I, v. 675). Questi, stupiti nel vederlo, “non osavano alzare lo sguardo verso gli occhi del bel dio”, e tengono il “capo chino a terra” (I, vv. 681-683). Vien facile comprendere il motivo di tale atteggiamento considerato il carattere solare ed uranico del dio, principio supremo della luce che ha per simbolo il Sole, a cui l’uomo non può volgere lo sguardo se non danneggiandosi la vista. Non è strano trovare il Sole nel cupo regno dei morti? Ci arriveremo quando tratteremo più da vicino il significato del vello d’oro..